IL MEGLIO DI... Macché giovani turchi! Fassina, Orfini e Orlando sono esecutori testamentari del Pd

01 agosto 2013 ore 10:00, intelligo
di Abbaia Khan.
IL MEGLIO DI... Macché giovani turchi!  Fassina, Orfini e Orlando  sono esecutori testamentari del Pd
E adesso ci mancavano pure i “giovani turchi”. Guarda un po’ di chi ci dobbiamo occupare in questo tragicomico tramonto di sistema! Balzati in pochi mesi dalle seconde file del Pd al grande palcoscenico, Andrea Orlando, Stefano Fassina e Matteo Orfini non promettono nulla buono per il futuro della politica. Ma non perché siano dei distruttori, che vagheggiano chissà quali utopie rivoluzionarie, semplicemente perché sono dei liquidatori, senza utopie e senza sogni. Diciamo che i “giovani turchi” sono, per l’esattezza, degli esecutori testamentari. Di chi? Dell'apparato del vecchio Pci. Già, il Pci. Proprio da lì provengono. E proprio lì hanno ricevuto il loro imprinting politico. Orlando divenne ad esempio segretario provinciale della Fgci di La Spezia nel 1989. Aveva vent’anni (saranno anche “turchi”, ma non sono giovani di primo pelo). Per chi non lo ricordasse, il 1989 è l’anno della caduta del Muro di Berlino. E il giovane Orlando dovette cambiare in fretta i propri riferimenti ideali. L’idea della liquidazione di un’epoca, di una transumanza ideologica, di un destabilizzante cambiamento di lessico, Orlando, al pari di Fassina (più anziano di tre anni) e Orfini (più giovane di cinque) ce l’ha quindi nel sangue. Come ha però nel sangue anche la fedeltà all’Apparato. La sua scalata alle posizioni di vertice del partito trova il suo culmine nel 2009, quando, per volontà di Bersani, diventa il presidente del forum giustizia del Pd, ancorché non abbia particolari competenze in campo giuridico. Poco male: il diritto, per il giovane Orlando (ormai quarantenne), è soprattutto quello relativo alle regole interne del partito. In questo campo Andrea è una macchina da guerra. Non bisogna lasciarsi ingannare dai sui occhi acquosi e un po’ accidiosi. Può rivelarsi implacabile come il più gelido dei burocrati. Come quando propose, contro Renzi, l’idea del ballottaggio per le primarie del centrosinistra dell’autunno scorso. Ora però il rapporto con il sindaco Firenze sta forse per cambiare. La necessità di serrare i ranghi del Pd nell’eventualità di un imminente ritorno alle urne consiglia ai “giovani turchi” di praticare in modo convinto una delle grandi virtù cardinali osservate dai vecchi apparatnik del Pci: la Realpolitik (detta anche “doppiezza togliattiana”). Così da qualche giorno è partita l’operazione simpatia verso Renzi e i suoi. E’ stato Orfini a lanciare per primo segnali di pace: : “Non è detto che con Renzi arriveremo al duello all’Ok Corral. Il risultato delle urne cambia la nostra lettura, ma anche la sua: non credo che oggi lui proporrebbe Zingales come vate”. Stando alle indiscrezioni del Corriere della Sera di oggi, “giovani turchi” e “rottamatori” starebbero addirittura per siglare un patto, che consentirebbe ai primi di formare una “corposa corrente interna che si attesterebbe intorno al 40 per cento” . C’è però da dire che, accordo o non accordo, l’odio nutrito dai “giovani turchi” per il sindaco di Firenze è profondo e strutturale. Renzi presenta ai loro occhi due gravi difetti: quello di essere un impudente (peccato grave agli occhi di chi fa carriera secondo il metodo della cooptazione al vertice) e, soprattutto, quello di provenire dalla Dc. E’ stato sempre Orfini, il più dalemiano della triade bersaniana, a gettare a suo tempo (e involontariamente) la maschera. E’ accaduto quando, nel corso della Festa nazionale del Pd del settembre scorso a Reggio Emilia, ha fatto una mozione degli affetti assai rivelatrice: “Abbiamo l’età di Renzi, critichiamo anche noi il vecchio, ma abbiamo idee e Renzi no. Soprattutto, non manchiamo di rispetto ai nonni”. I nonni? Nessuno ha fatto caso al fatto che i “nonni” di Orfini (Berlinguer e il bisnonno Togliatti ), non sono gli stessi “nonni” di Renzi (Moro e il bisnonno De Gasperi). Insomma, Orfini è capace di dire tutto e il contrario di tutto in poco tempo. Tra i “giovanu turchi” è decisamente il più proteiforme. Per accorgersene, basta solo osservarlo e ascoltarlo per qualche minuto: nell’aspetto, assomiglia a Ingroia; nella voce, ricorda Tremonti. “Monstra atque prodigia” , avrebbero sentenziato in tali casi i giuristi latini. Un simile “mutante” è meglio non averlo come nemico in una lotta di potere. Il fatto è che la spregiudicatezza dei “giovani turchi” è probabilmente dettata dall’ansia da prestazione: qualche cosa dovranno pur realizzare, al più presto. La giovinezza (soprattutto alla loro età) svanisce in retta. Resta da dire di Fassina, il più noto, ma anche il più tormentato dei tre. E lo si capisce dall’aria sofferente e assorta con cui si presenta in televisione. Laureato alla Bocconi e già consulente economico dei governi dell’Ulivo, ha assistito all’ascesa e al rapido declino del blairismo e dei sogni liberal della sinistra italiana. In tal modo, s’è ritrovato a fare da sponda politica all’intransigenza sindacale di Susanna Camusso. E oggi, in virtù della sua discreta cultura, si vede anche costretto a legittimare ideologicamente tutte le possibili giravolte tattiche di Bersani, compreso un eventuale accordo con la Lega per allungare la precaria vita della legislatura appena iniziata. Così gli è toccato ad esempio di dichiarare, l’altro giorno, in un’intervista ad Avvenire: “La Lega sa che Bersani ha una cultura atonomista non improvvisata ed è un interlocutore affidabile, ci può essere attenzione reciproca”. Fare da esecutori testamentari del vecchio Pci, può essere insomma lusinghiero, ma certo è gravoso. E al quarantesettenne Fassina risulterà sicuramente spaventosa la prospettiva di vedere confuso un giorno il proprio nome con il refuso di un illustre notabile del Pci-Pds-Ds-Pd. I "giovani turchi" rappresentano al dunque i volti (ancora senza idee) di una Terza Repubblica di gracile costituzione. Ritengo che possa essere per loro d'augurio ricordare quello che il grande Leo Longanesi disse, nel lontano 1948, della nuova classe dirigente politica italiana, che avrebbe esercitato il potere per più di quarant'anni: "Non temo le loro idee. Mi spaventano le loro facce".
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