IL MEGLIO DI... Giannino ad IntelligoNews: «La mia Margaret da Oscar»

01 agosto 2013 ore 10:00, Francesca Siciliano
IL MEGLIO DI... Giannino ad IntelligoNews: «La mia Margaret da Oscar»
«Altro che conservatrice: è stata una rivoluzionaria». «Servirebbe all'Italia di oggi». «Le sue ricette economiche sono ancora valide». Oscar Giannino non si definisce «il più spassionato degli osservatori di Margaret Thatcher». Ma intervistato da IntelligoNews traccia un profilo lucido ed efficace della Lady di Ferro che si è spenta ieri all'età di 87 anni. Qui in Italia avremmo bisogno di una donna come lei? «Probabilmente sì, ma nessuno capirebbe il suo spirito rivoluzionario: gli italiani la vedrebbero come una marziana». Margaret Thatcher: possiamo tracciarne un profilo? «La Thatcher è la personalità politica che più ha cambiato il '900 postbellico, senza la quale non ci sarebbe stato il ritorno alla centralità del mercato. La sua visione politica, economica e sociale ha ridato vigore alla Gran Bretagna, Paese nel quale, nel corso dei suoi 11 anni di governo, ha dovuto affrontare tre enormi pregiudizi. Il primo direttamente da parte del suo stesso partito quando divenne leader in quanto donna: un dissenso interno che si è manifestato per tutta la durata del suo mandato e che ha contribuito alla sua caduta. Il tutto in aggiunta al fatto che era venisse “dal basso” (argomentazione sempre usatale contro dai suoi detrattori): non apparteneva alla selezionata elités del paese (suo padre era un commerciante dal quale aveva imparato la durezza del lavoro ed era laureata in chimica, senza essere andata a Eton). Secondo pregiudizio fu quello che dovette affrontare da parte dell'occidente e dall'Europa, proprio perché quando prese il potere l'Inghilterra era un paese de-industrializzato e ginocchio: l'unica alternativa per non cadere nel baratro sembrava essere la centralità dello Stato. Era inipotizzabile un ritorno alla visione della centralità del mercato così come lo concepì lei: ferreo e coerente. Lei riuscì nell'impossibile. Terzo pregiudizio, ancora fortissimo, riguarda le sue politiche economiche, sociali e internazionali (la durezza con la quale seppe rispondere al terrorismo dell'Ira, contro quello Arabo quando vi fu l'occupazione dell'Ambasciata iraniana e nell'intervento sulle Falkland, determinate per far cadere i regimi fascisti argentini). Nella sua mente la libertà non da riferire solo al mercato, ma andava concepita come fondamento della visione culturale e internazionale. Questi tre aspetti, messi tutti insieme, sono i pilastri-pregiudizi che la Thatcher ha saputo vincere ed è riuscita ad imporre». Come? «Con una virtù, che oggi non viene intesa come tale: quella di essere di una coerenza ferrea. Dovette affrontare dei momenti particolarmente difficili, e nonostante ciò riuscì a cambiare il paese dalle fondamenta, ridandogli una prospettiva economica (capì in tempo, ad esempio, di dover liberalizzare la borsa di Londra, contro il volere di tutte le vecchie banche d'affari inglesi). La sua coerenza ha dimostrato che per risollevare una determinata situazione magari all'inizio è necessario prendere misure pesanti (lei alzò il tasso d'interesse per battere l'inflazione, contro il suo stesso partito). Ma solo rimanendo fermi sulle proprie posizioni si può rilanciare l'economia». Riuscì a a cambiare la Gran Bretagna dalle fondamenta? «Fu in grado di fare una vera e propria rivoluzione. Noi, che abbiamo un'idea rivoluzionaria declinata esclusivamente a sinistra, la associamo a un colore politico. Ma non è così: rivoluzione vuol dire cambiare le fondamenta di un paese, non solo a livello economico. La Thatcher fece in modo che anche chi è venuto dopo di lei (Tony Blair, David Cameron) si rapportasse alle sue “rivoluzioni”». Come la mettiamo con i detrattori? «Tutti quelli che in Europa l'hanno criticata necessariamente dovranno riscoprirla: è arrivata prima di tutti, capì prima di tutti moltissime cose, beccandosi anni e anni di durissime contestazioni da parte dell'eurocrazia dominante. Io ho sempre guardato alla sua figura con occhiali diversi rispetto a quelli che indossava gran parte dell'opinione pubblica italiana dell'epoca, quella che non capiva appieno il miracolo che avesse compiuto in Gb. Sono in tanti, purtroppo, quelli che hanno hanno preferito credere che il rilancio del Paese fosse da imputare esclusivamente al destino». Le ricette economiche della Lady di Ferro possono essere attuali ancora oggi? «Non si possono prendere le ricette della Gb di allora e applicarle nell'Italia di oggi. Tuttavia alcuni principi, alla prova della storia, hanno ridato all'Inghilterra, un Paese letteralmente finito, un ruolo per il quale i suoi fondamenti di finanza pubblica oggi le consentono di pagare un rischio sovrano inferiore al nostro. Noi, che all'epoca abbiamo criticato le misure thatcheriane, oggi abbiamo perso l'autonomia monetaria. E stiamo peggio di loro». Quali sono i principi che si potrebbero “salvare”? «La politica monetaria non può essere accomodante, ma deve essere capace di rendersi conciliante o più dura se necessario: oggi tutto questo sembra una bestemmia. Credo poi che in un Paese inefficiente ripristinare il libero mercato, quindi la competizione, dando allo stato solo il ruolo di regolatore, sprigioni un'enorme capacità di energie: in Gran Bretagna questo è avvenuto. Terzo principio fondamentale è quello delle relazioni sociali (tra datori di lavoro e sindacati): vanno scrostati dalla situazione rigida, come quella della Gb anni '80 e anche questo varrebbe nel nostro paese. In ultimo si potrebbe parlare dalla visione thatcheriana della società. La visione della Thatcher, spesso equivocata in una frase - “Non esiste la società, esiste solo l'individuo” - da molti fu interpretata come la negazione di qualsiasi valore collettivo: non è assolutamente così. Con quella frase lei sosteneva fosse necessario porre al centro dello Stato il sostegno pubblico. Ma non realizzando l'eguaglianza tra tutti sotto forma di omologazione: pensava all'opportunità che ciascun individuo fosse in grado di declinare in maniera diversa. Perciò stessi punti di partenza, ma non di arrivo. Anche questo credo sia un principio totalmente attuabile nel nostro paese.Non è un caso che anche la sinistra inglese con Tony Blair riprese e continuò a lavorare nel solco delle sue politiche sociali ed economiche. Nel nostro Paese tutto questo non è possibile». Lancio una provocazione: potremmo dire che nel nostro paese il più “liberalista privatizzatore” fu Bersani? «Bersani, da ministro dell'Industria, fece le famose lenzuolate. Non c'è dubbio che in quegli anni anche la sinistra italiana capì che la lezione di Tony Blair dava buoni frutti». È stata più la sinistra o la destra di Berlusconi a imparare quella lezione? «Molto più la sinistra di quegli anni, non quella di oggi. Se c'è un paradosso prettamente italiano non è tanto che la sinistra oggi non segua la via indicata dalla Thatcher (ovvio, le culture sono diverse). Ma il fatto che non è mai esistita una destra italiana (men che meno quella di Berlusconi) che negli ultimi vent'anni abbia provato ad attuare qualche principio della rivoluzione thatcheriana». La Thatcher come avrebbe risolto lo stallo italiano? «Non mi prendo la responsabilità di dirlo, la storia non consente di farlo. Probabilmente la Thatcher in Italia non ci sarebbe neppure rimasta: avrebbe preferito emigrare all'estero come sono costretti a fare oggi molti italiani. Immagino, però, che si sarebbe spesa per un fronte moderato conservatore, non statalista e aperto al mercato, completamente diverso da quello nostrano». Siamo da oltre 40 giorni senza governo e un dossier del ministero del Lavoro ha riscontrato che nel 2012 sono stati persi oltre 1milione di posti di lavoro. Dal punto di vista sociale ed economico, per quanto riusciremo a resistere? «È una domanda terribile. Riusciamo a reggere questa situazione (dove per reggere intendo continuare ad immaginare che si possa scendere la scala economica senza esplosioni di conflitti sociali durissimi) perché noi italiani abbiano un risparmio privato, siamo stati in grado di mettere da parte dei piccoli-grandi capitali. Questa specie di cintura di sicurezza, che si attiva proprio nei momenti di crisi come questo (dal momento che il nostro Welfare è mal concepito), ha un limite di tenuta di qualche anno. Non si può pensare che la patrimonializzazione delle famiglie sia una vera e propria assicurazione. Il tempo a disposizione ormai è poco». A proposito di tempo. Oggi scade quello dei saggi: cosa dobbiamo aspettarci? «Purtroppo nulla. Il confronto-scontro politico è imbottigliato. Dovremo aspettare il prossimo Capo dello Stato, sarà lui a decidere il prossimo governo». Avremmo bisogno di una Thatcher in momenti come questo? «La Thatcher nell'Italia di oggi sarebbe considerata una marziana, sia da parte di questa destra che da parte di questa sinistra». Oscar Giannino la vorrebbe? «Sì, ma sarebbe impensabile immaginarla oggi. Qu in in Italia servirebbe buonsenso, al di là della Thatcher».          
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