Politica: eliminare il futuro da campagna elettorale, grazie

01 agosto 2015, intelligo
Politica: eliminare il futuro da campagna elettorale, grazie
di Alessandro Corneli

Di sicuro scenderebbe un grande silenzio. La politica sarebbe stravolta. 

Non riempirebbe più i quotidiani, i radio e telegiornali e i social network. Si limiterebbe ai periodi, preferibilmente brevi e a scadenza fissa, delle campagne elettorali. Di che si tratta? Di una riforma verbale, non costituzionale, consistente nel divieto fatto a chiunque occupi una carica ed eserciti il relativo potere – dal consigliere comunale al capo del governo – di usare, nei suoi discorsi e nelle sue dichiarazioni, i verbi al tempo futuro, ma di limitarsi ad usare il tempo passato. Non più: farò questo e farò quello; ma: ho fatto questo, ho fatto quello. Sarebbe il trionfo dei fatti sulle parole, delle azioni sulle intenzioni, delle verità sulle illusioni. Non più “parlare per fare”, ma “fare per parlare”. Con una conseguenza non da poco: i politici avrebbero più tempo per riflettere sulle cose da fare e meno tempo per partecipare a dibattiti inconcludenti. 

Proprio in questi ultimi giorni abbiamo assistito a un abuso del futuro: le tasse saranno ridotte per i cittadini e per le imprese, gli sprechi saranno eliminati, l’Italia tornerà ad essere una grande potenza. Dimenticavo: la Salerno-Reggio Calabria sarà completata, piloni permettendo. 

Qual è la forza trascinante del futuro? Perché di forza si tratta considerando lo spazio che occupa nella comunicazione politica, e non solo politica. La sua forza risiede nella dimenticanza. E non a caso perché un’altra vittima della grammatica dominante – a parte la quasi scomparsa del congiuntivo, che è troppo problematico per un’intelligenza formato twitter – è il tempo passato. Non si usa più il passato remoto, questo tempo fatto di marmo che racchiude un pezzo di eternità: “Ei fu”. Si usa il passato prossimo anche per vicende concluse, forse perché nessuna vicenda è mai del tutto conclusa: vedi le indagini e i processi. 

In verità è proprio il futuro che ci interessa, e ciò spiega il suo successo. Perché il futuro è il vuoto che si può riempire con qualsiasi cosa. Ci interessa al punto che il passato, solitamente color nostalgia, ha perso il suo fascino, perché è un “pieno” ingombrante. Da qui l’abbandono dei siti archeologici, che non si può imputare solo ad incuria, a scarsità di fondi, ad abbassamento generale del livello culturale, ma ha radici più profonde nell’attrazione per il futuro, ridotto spesso all’acquisto di un “gratta e vinci”. Un futuro, quindi, che si consuma rapidamente, privo di progettualità, senza basi nel presente, un futuro scivoloso. “Io, oggi, qui”? Meglio non pensarci. È così un guidare senza sapere dove andare, un essere senza esistere, un volere senza contenuto, una continua ricerca di effetti senza considerare le cause.

Nel linguaggio politico, come dicevo, il futuro dovrebbe essere riservato al momento della campagna elettorale quando partiti e candidati fanno promesse, o meglio presentano programmi, perché la politica è tutta orientata nel futuro, e non potrebbe non esserlo. Dopo il voto, i cittadini avrebbero la possibilità di verificare quanto è stato fatto di ciò che era stato promesso, e trarrebbero le conseguenze in vista della successiva votazione. Un po’ di aritmetica nella grammatica non guasterebbe. 

Questo passaggio dovrebbe essere rafforzato dal rigoroso rispetto delle scadenze elettorali: negli Stati Uniti, si vota per i’elezione del Presidente ogni quattro anni, il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre, quali che siano i dati sul Pil o sull’occupazione anche se ciò consente qualche manovra propiziatoria da parte del Presidente uscente per farsi rieleggere o favorire la vittoria del candidato del suo partito, purché abbia il Congresso dalla sua parte.

Quello americano non è certo un sistema perfetto, ma definisce abbastanza bene ruoli e responsabilità. In fondo, rispetta in modo equilibrato la distinzione tra passato e futuro più di quanto accade nel nostro sistema politico che annulla il passato, sorvola sul presente ridotto a cronaca e si nutre di futuro solo perché non ha alternative.



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