Le parole della settimana: dal telettrofono alla privacy

01 agosto 2015, Paolo Pivetti
Le parole della settimana: dal telettrofono alla privacy
È difficile collegare mentalmente gli smartphone con Antonio Meucci, eppure tutto nacque in quel lontano 1849, quando il genio, ancora una volta italiano, irruppe nella millenaria storia della comunicazione buttando lì, sul tavolo dove si giocano gli eventi, il telefono. 

All’inizio Meucci l’aveva chiamato umilmente telegrafo parlante, come se considerasse la sua, niente più che la variante di un’invenzione più grande; poi lo chiamò telettrofono. Solo più tardi venne il nome che meglio, e più semplicemente, esprime la carica rivoluzionaria dell’invenzione, coniato con strumenti linguistici dell’antica lingua greca: tele cioè lontano, phonè cioè voce: tutto qui. La comunicazione umana, soprattutto quella interpersonale, era cambiata per sempre; e smisuratamente infittita.

Un secolo e mezzo dopo l’invenzione di Meucci fu istituita in Italia la figura del garante della privacy. Anno 1996: nasce l’authority che ha il compito di vigilare sulla privacy dei cittadini per evitare che sia violata dai mezzi di comunicazione. Ma, perdiana, cos’è questa benedetta privacy, e perché dobbiamo chiamarla con un nome inglese? Forse che non abbiamo abbastanza nomi in italiano per definirla? Vediamo.

Possiamo tradurre privacy con vita privata? Lievemente impreciso ed eccessivo, dato che questa espressione occupa uno spazio concettuale più ampio. O lo tradurremo con intimità? Troppo limitativo, e scivoleremmo nella psicologia. O con riservatezza? Qui confonderemmo la causa con l’effetto: la riservatezza è in realtà il comportamento che rispetta la privacy, propria e altrui. Forse si avvicina di più, usando una metafora recente, sfera privata, che rappresenta, con l’immagine geometrica, quello spazio dell’esistenza che ciascuno desidera sia sottratto alla curiosità altrui, con sottolineatura della visione soggettiva: una sfera di cui io sono il centro, e i cui confini sono stabiliti da me. Rimane un’ultima opzione in lingua burocratese: dati personali, definizione astratta e così fredda da far rabbrividire. 

Ammettiamolo, nessuna di queste traduzioni possiede la sintesi, la chiarezza, la completezza dell’originale: privacy. Che dobbiamo fare, arrenderci? Certo, e accogliere privacy nel nostro vocabolario. E se avete paura che l’italiano possa diventare una lingua multi-lessicale, sappiate che lo è già, e da molti secoli. Perché, per esempio, riga viene dal longobardo, gonna è di origine celtica, scarpa deriva dall’antico germanico, assassino dall’arabo Hashishiyya, tribù di predoni del deserto che si drogavano con l’hascisc prima di compiere le loro imprese.

Scriviamo dunque privacy senza esitare; e pronunciamolo praivasi o privasi: per gli Inglesi è indifferente.

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autore / Paolo Pivetti
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