Elezioni Usa e povertà di idee: è Putin la carta vincente

01 agosto 2016 ore 13:18, intelligo
di Alessandro Corneli

Vladimir Putin potrebbe essere la carta vincente delle elezioni presidenziali americane dell’8 novembre. Non per Donald Trump ma per Hillary Clinton. È infatti la candidata democratica a trarre il maggiore vantaggio dal sospetto che il presidente russo, grazie agli hacker dei suoi servizi segreti, si sia intrufolato nei computer del Partito democratico ed abbia estratto le e-mail che certificano come quell’organo che avrebbe dovuto essere neutrale abbia invece favorito la Clinton contro Bernie Sanders, il candidato “socialista” e anti-establishment, gradito a molti giovani, che aveva fatto tremare la ex First Lady. 
La polemica si estende. L’Fbi indaga e la Cia è restia a fornire i suoi rapporti segreti a Trump, considerato il “candidato di Putin”, rompendo con la tradizione secondo cui entrambi i candidati alla Casa Bianca dovrebbero ricevere lo stesso livello di informazioni riservate. Certo, la Clinton, dopo l’affare dell’ambasciatore americano ucciso in Libia e dopo la leggerezza di avere usato l’e-mail personale per comunicare quand’era Segretario di Stato, non offre il massimo delle garanzie, ma dalla sua parte c’è Obama, a cui fanno capo tutte le agenzie di intelligence, che vede nella vittoria della candidata democratica la garanzia della continuità della politica estera americana volta a potenziare la Nato a ridosso dei confini russi e a provocare l’inevitabile reazione di Mosca. 
Avere un presidente scelto o auspicato da Putin è ciò che gli elettori americani dovrebbero istintivamente rifiutare,
Elezioni Usa e povertà di idee: è Putin la carta vincente
almeno se la questione si presenta in modo così plateale. Ed ecco apparire le ricostruzioni sui precedenti legami, benché solo finanziari, fra Trump e alcuni colossi dell’economia russa, sui quali si innesterebbe la scommessa di Putin.

Come se Trump fosse stato l’unico imprenditore a fare affari con i russi: durante gli anni della presidenza di Boris Eltsin i businessmen americani spadroneggiavano a Mosca poiché era il “loro” presidente. 
C’è allora da chiedersi se Trump sia così ingenuo e così mal consigliato da sbandierare la sua stima per il presidente russo e se Putin, a sua volta, sia così ingenuo da ricambiare e addirittura mettere in campo i suoi servizi segreti ben sapendo quanto ciò sarebbe controproducente non solo per il risultato elettorale ma anche per la linea politica che la Clinton seguirebbe nei suoi confronti se venisse eletta. Al di là di questi aspetti, che sono molto dipendenti dal clima elettorale, bisogna però considerare che i repubblicani sono tradizionalmente orientati a privilegiare i rapporti con la Russia in termini di equilibri strategici mentre i democratici preferiscono quelli con la Cina sotto il prevalente profilo economico. Pechino, dopo la firma dell’accordo “Partnership per il Pacifico”, che esclude proprio la Cina, non ancora ratificato, non è meno interessata di Mosca all’esito della gara elettorale americana, ma non scopre le proprie carte.
Resta il fatto che se la campagna elettorale di Hillary Clinton farà perno sulle “intromissioni” di una potenza straniera, la Russia di Putin, dimostrerà una particolare povertà di idee, salvo l’apporto di alcune proposte lanciate da Sanders. 

Eppure questa sembra la scelta della candidata democratica, che in una intervista a Fox News ha detto in modo perentorio: “Sappiamo che i servizi di intelligence russi hanno violato (il sistema informatico) del Comitato nazionale democratico e sappiamo che hanno fatto in modo di far circolare quelle email e sappiamo che Donald Trump ha mostrato una preoccupante tendenza a sostegno di Putin". Il quale Putin, finito sul libro nero della Clinton, ha intano incassato la minaccia dall’Isis di portare gli attacchi in territorio russo. 


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