Renzi e il suo Italicum contro l'Europa

01 aprile 2015, intelligo
di Alessandro Corneli

Le leggi elettorali non sono più efficaci come una volta.
Il maggioritario non protegge né stimola più il bipartitismo: lo si è visto in Francia la scorsa settimana, lo si verifica da tempo nel Regno Unito. In Germania, il proporzionale rafforzato, che per decenni aveva favorito il bipartitismo – da una parte l’Spd, dall’altra l’alleanza tra Cdu e Csu -, è stato aggirato da sinistra e i due maggiori partiti non raggiungono, insieme, il 70% dei voti. 

In Spagna, il maggioritario
Renzi e il suo Italicum contro l'Europa
camuffato da proporzionale grazie a collegi di piccole dimensioni, deve fare posto ai partiti regionali per evitare spinte secessionistiche. 

Due le cause principali di questa crisi del maggioritario: la frammentazione e disarticolazione della società per cui l’elettore non identifica più in modo netto i suoi interessi con un partito a largo spettro, la crescente convinzione degli elettori che gli eletti con responsabilità di governo non vogliano o non possano fare politiche efficaci, e da qui l’astensionismo che finisce per essere il più grosso partito. In Italia, dopo mezzo secolo di proporzionale ingessato, fu tentata una soluzione di compromesso nel 1993 con il Mattarellum: tre quarti di maggioritario e un quarto di proporzionale. Risultato: due vittoria del centrodestra (1994 e 2001) e una vittoria del centrosinistra (1996). 

Poi ci fu una spinta in senso maggioritario, con la legge del 2005 che introdusse il premio di maggioranza alla coalizione vincente. Risultato: due vittorie del centrosinistra (2006 e 2013) e una vittoria del centrodestra (2008). Ma proprio le ultime politiche, quelle del 2013, hanno fatto emergere una situazione tripolare, come in Francia. Da qui la spinta a rafforzare ulteriormente il maggioritario: l’Italicum, che Matteo Renzi vorrebbe fosse approvato in tempi brevi, assegna il premio di maggioranza non alla coalizione ma al partito. Se approvata, la nuova legge risolverà il problema della maggioranza di governo alla Camera, il solo organo rappresentativo che rimarrebbe dopo la riforma del Senato. 

Quindi, mentre nelle altre maggiori democrazie ci si interroga sui limiti del sistema maggioritario, l’Italia va controcorrente e forza in questa direzione. Che ci fosse la necessità di rafforzare il potere di governo era noto da tempo; quali saranno i contraccolpi della sterzata dal Quirinale a Palazzo Chigi ancora non è dato sapere. 

Ma due sono le domande più profonde che emergono. La prima riguarda la risposta degli elettori in termini di partecipazione al voto perché una maggioranza alla Camera di 340 seggi che emergesse da un terzo degli elettori al primo turno farebbe nascere dubbi sulla sua rappresentatività. La seconda riguarda l’ipotesi – la storia correntizia della Dc fa testo – che la dialettica si sposti all’interno del partito di maggioranza, fragilizzandolo (e i segnali già non mancano)

È vero che persiste il modello leaderistico: il presidenzialismo americano e quello francese, ormai tale dopo la riduzione del mandato a cinque anni, il premierato britannico e il cancellierato tedesco. 

Questo potrebbe essere il traguardo del sistema istituzionale italiano. Ma, per funzionare, tale modello ha bisogno di un apparato amministrativo efficiente, e questo manca al nostro Paese e non può essere sostituito da una concentrazione di poteri a Palazzo Chigi. Comunque è una strada lunga e una tappa importante passa per la riduzione dei poteri delle Regioni.

 Come questo si concili con la creazione di un Senato delle Regioni è una sfida per la ben nota creatività italiana.
autore / intelligo
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