Gioco d’azzardo, bene le regole della Consulta ma sono una goccia nell’oceano

01 aprile 2015, Americo Mascarucci
Gioco d’azzardo, bene le regole della Consulta ma sono una goccia nell’oceano
Va salutato senz’altro positivamente il pronunciamento della Corte Costituzionale che con la sentenza numero 56 ha stabilito il diritto del legislatore di imporre restrizioni alle attività connesse al gioco d’azzardo. 

E’ quindi legittimo che lo Stato o le pubbliche amministrazione introducano norme a tutela dei consumatori nell’attività di organizzazione e gestione dei giochi pubblici affidati in concessione ai privati. La Consulta ha così respinto definitivamente il ricorso presentato da una società privata contro le norme contenute nella legge di stabilità 2011, la numero 220 del 13 dicembre del 2010. Tali norme introducevano di fatto una serie di limiti e restrizioni tanto nel rilascio delle concessioni che nella gestione del gioco, limitazioni che il concessionario privato aveva contestato denunciando un danno alla propria attività, derivante dal peggioramento degli accordi in essere.
 
La Corte Costituzionale ha sancito un principio sacrosanto, ossia che l’interesse privato, seppur legittimo, non può venire prima della tutela del consumatore. Lo Stato quindi e gli enti locali possono introdurre limitazioni al gioco d’azzardo se questo è motivato dalla necessità di tutelare un interesse pubblico, ad esempio la tutela del minore. 

Una vittoria del buon senso e dell’etica verrebbe da dire, che tuttavia non modifica la sostanza del problema. Perché il gioco d’azzardo, oltre a rappresentare un business per la criminalità, è foriero di danni economici e psicologici per tantissime famiglie italiane. 

E’ moralmente deplorevole che lo Stato “lucri” sulle disgrazie dei cittadini, rendendo legale, e spesso incentivando, l’installazione delle slot machine nei locali pubblici. Centinaia di persone sono finite sul lastrico proprio a causa delle macchinette mangiasoldi che frequentemente incontriamo nei bar, nelle pizzerie, nelle tabaccherie. 

Persone entrate nel tunnel della ludopatia (il gioco d’azzardo compulsivo) e poi fortunatamente guarite, hanno descritto alla perfezione il gioco perverso che si nasconde dietro quelle maledette macchine all’apparenza innocue. Si comincia quasi per curiosità investendo piccole cifre, per poi diventare totalmente dipendenti dalle slot, fino a non rendersi più conto della reale entità delle cifre investite, drogati dalla vincita di somme del tutto irrilevanti rispetto ai fiumi di denaro sprecati. Si diventa schiavi di un apparecchio diabolico che succhia soldi a ripetizione, facendo perdere alla vittima la cognizione del tempo perduto e dei soldi spesi; al punto che quando ci si accorge di non averne più nel proprio portafoglio, si è talmente assuefatti dall’idea di non doversi staccare dalla slot da chiederli al primo che capita, fino ad indebitarsi fino al collo per la gioia degli usurai. 

Un circuito maledetto che finisce sempre per fare la gioia dei criminali che speculano sul bisogno di denaro dei ludo-dipendenti. Non è facile uscire dal tunnel della ludopatia, anzi è difficilissimo, ci vogliono mesi e mesi di trattamenti per disintossicarsi del tutto e tornare padroni della propria vita. Ci sono enti pubblici che hanno promosso iniziative di sensibilizzazione contro il gioco d’azzardo fino ad incentivare l’eliminazione delle slot machine dai locali. 

Diversi esercenti, consapevoli del rischio connesso all’utilizzo sfrenato delle macchine mangiasoldi, hanno deciso di anteporre l’etica al profitto, preferendo rinunciare agli introiti del gioco pur di non rendersi complici delle disgrazie di tante famiglie. Hanno fatto rimuovere le slot dai propri locali, ma sono purtroppo una ristretta minoranza. 

La stragrande maggioranza continua a considerare legittimo indurre le persone a giocare, in base al principio che ognuno è padrone della propria vita e deve essere lasciato libero di rovinarsi con le proprie mani; l’importante è che sia io a guadagnarci. Una mentalità purtroppo agevolata da uno Stato che per primo “lucra” su certe pratiche, lecite quanto volete, ma profondamente immorali.
 
La sentenza della Corte Costituzionale è dunque una goccia nell’oceano, ma è sempre meglio di niente.
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