Parla Povia: "Caso Elkann: per media è tutto normale. Io invece oscurato dal pensiero unico"

01 dicembre 2016 ore 13:30, Adriano Scianca
Sta girando l'Italia portando uno spettacolo che si chiama "Invertiamo la rotta", che sarà a Roma, sabato 21 gennaio (Teatro della Parrocchia di San Vincenzo Pallotti, in via Matteo Tondi 81). Lui è Giuseppe Povia e nei suoi eventi sale sul palco con Gianfranco Amato, di "Giuristi per la vita". A IntelligoNews, il cantante spiega: "Parliamo di Costituzione, famiglia naturale, lobby gay, identità di genere e diritti dei minori. Amato? Uno statista".

Come reagisce il pubblico a questo inedito mix di canzone e diritto?

«Sono dei convegni di musica e diritto, è una cosa molto bella. Questi spettacoli sono un connubio perfetto perché io traduco in canzoni tutto ciò che Amato documenta su Costituzione, famiglia naturale, lobby gay, identità di genere e diritti dei minori. C'è tantissima risposta dal pubblico, a volte addirittura la gente si arrabbia perché deve stare in piedi o resta fuori. Ma va bene così. Peraltro secondo me Amato è un vero e proprio statista. Il 21 gennaio saremo a Roma, al Teatro della Parrocchia di San Vincenzo Pallotti: alle ore 20 ci sarà il rinfresco e preshow. Alle 20.45 inizierà la conferenza-concerto».

Parla Povia: 'Caso Elkann: per media è tutto normale. Io invece oscurato dal pensiero unico'

Sono temi forse maggioritari nel Paese, ma ultra-minoritari nel mondo dello spettacolo...

«Nella musica e nello spettacolo c'è la tendenza all'oscurantismo, devi oscurare delle cose perché la linea è quella del famoso pensiero unico. Se vai fuori da quella linea ti qualificano con termini da “bimbiminkia”: razzista, bigotto, integralista, nazista, omofobo..». 

Le sue canzoni riflettono anche una sua evoluzione personale?

«Io ho trovato lo strumento per sfogare la mia rabbia, che è la musica. Vedo delle cose belle nel mondo e le descrivo. Ma altre volte vedo delle cose che non mi piacciono, soprattutto da quando sono papà di due bambine. Che io parli di questo non sta bene all'ambiente culturale della nuova cultura che si è creata negli ultimi 30/40 anni. Tant'è che a un certo punto mi sono auto-escluso. Cerco di scrivere in modo autentico e non di scrivere delle balle a tavolino». 

Ha seguito il caso di Lapo Elkan? Che idea si è fatto?

«Certo dei sequestratori che chiedono 10mila euro erano dei rincoglioniti... (ride – ndr). Direi che c'è una linea valoriale e culturale che passa anche dalla questione delle droghe. Fanno passare tutto come se fosse normale. Anche l'alcol fa migliaia di morti l'anno, il fatto è che la popolazione va rincoglionita. La vera democrazia partecipativa è stata distrutta dall'apatia e tutti abbiamo accettato questo tipo di libertà in cui siamo apatici e addormentati. Io lo so bene».

In che senso?

«Vede, io ero uno di quelli che facevano uso di droghe. Poi ho deciso di assumerle solo venerdì e sabato, per non esserne dipendente. Alla fine, però, pianificavo tutta la settimana in funzione di quel venerdì e sabato, quindi ero più dipendente di prima. Purtroppo c'è un modello che viene dai media, che sono la cosa peggiore».

Che impatto ha avuto sulla sua carriera il brano “Luca era gay”?

«Mi ha chiuso tutte le porte, perché ho trovato una chiave che ha fatto arrabbiare molte persone dell'ambiente. Quindi hanno detto che se segui Povia devi essere omofobo o pazzo. Poi a un certo punto hanno cominciato a dire che Povia fa delle canzoni di merda. Avrei dovuto cantare “Luca è ancora gay e non sta più con lei”. Questo sarebbe piaciuto alla lobby. Non parlo dei gay, ma della lobby che detiene il monopolio della cultura. Ti farei sentire la telefonata tra un mio vecchio ufficio stampa e il direttore di una radio famosa che diceva: “Sì, bello il nuovo pezzo di Povia, ma da quel 'Luca era gay' Povia si è un po' tagliato le gambe, io lo passerei il nuovo pezzo, ma poi magari uno stilista non mi paga più la pubblicità in radio...”. Questo è il meccanismo».
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