Prova di forza che maschera la debolezza del Daesh: c'è paura dietro l'attentato di Damasco?

01 febbraio 2016 ore 12:08, Americo Mascarucci
Un attentato da inquadrare nella lotta in corso fra sciiti e sunniti per l’egemonia del Medio Oriente? Un tentativo di delegittimare i negoziati sulla Siria in corso a Ginevra? Oppure l’attentato di Damasco è il segno della debolezza del Daesh sempre più messo in difficoltà dagli attacchi della Russia e dell'esercito governativo siriano?
Tre chiavi di lettera, tre diverse chiavi di interpretazioni che spiegherebbero la strategia anti sciita del Califfato.
C’è da dire che diversamente dal passato in cui gli attentati dell’Isis venivano indirizzati contro i civili stavolta l’attacco è stato sferrato contro un santuario religioso, il mausoleo di Sayyida Zeinab, luogo di sepoltura della nipote del profeta Maometto e meta di pellegrinaggio per gli sciiti. Un attacco dunque mirato contro gli sciiti che sostengono il regime siriano di Bashar Al Assad sia politicamente, attraverso il sostegno dell’Iran che è il principale paese a guida sciita, sia militarmente attraverso il supporto che gli Hezbollah libanesi forniscono alle truppe governative. Ecco quindi che l’attentato di Damasco altro non sembrerebbe che un avvertimento al mondo sciita a non sostenere ulteriormente il dittatore siriano, odiato dai sunniti come dimostrano i reiterati tentativi di Arabia Saudita e Turchia di farlo cadere attraverso l’azione della guerriglia anti governativa (che con l’Isis non dovrebbe centrarci nulla, ma sempre meglio utilizzare il condizionale). 
Prova di forza che maschera la debolezza del Daesh: c'è paura dietro l'attentato di Damasco?
Il mausoleo di Sayyida Zeinab per gli sciiti è sacro perché ricorda il massacro del 680 d.c., quando il venerato imam Hussein Ali venne ucciso insieme a 72 suoi familiari. Secondo gli sciiti, ad Hussein, figlio di Alì (rispettivamente nipote e genero di Maometto) sarebbe spettata la successione al profeta nella guida del neonato Islam, ai loro occhi usurpata invece dai sunniti. Proprio a questo episodio si fa risalire la definitiva scissione tra i due grandi rami del mondo musulmano.
Tuttavia secondo gli osservatori più attenti l’attentato di Damasco costato la vita ad almeno 71 persone, stando all'ultimo tragico bilancio, sarebbe il segno più evidente della debolezza del Daesh duramente provato proprio dall’avanzata delle truppe fedeli ad Assad aiutate da vari fattori concomitanti. 

Gli attacchi della Russia, il supporto militare di Hezbollah e l'addestramento delle truppe da parte dell'Iran.
I colloqui di pace di Ginevra dunque non c'entrerebbero nulla anche se ovviamente non si può tralasciare il fatto tutt'altro che secondario che in quella sede si deciderà anche il destino del presidente Assad. Per Stati Uniti, Francia, Arabia Saudita, Turchia, Assad deve farsi da parte essendo considerato il problema del Paese e l'origine di tutti i mali. Russia e Iran al contrario sostengono il regime siriano e sarebbero disponibili ad un passo indietro del dittatore soltanto se gli sarà comunque concesso di continuare a svolgere un ruolo politico. 
Intanto Daesh semina il terrore a Damasco ma secondo molti sarebbe una prova di debolezza, mascherata da prova di forza. Un tentativo per spaventare e scoraggiare il mondo sciita dal continuare la guerra contro l'Isis. Sarà davvero così? E' evidente tuttavia come oggi la guerra al Daesh non possa non passare anche da una collaborazione sempre più forte ed organica con il mondo sciita. Mentre a Teheran l'azione contro l'Isis è stata portata avanti con chiarezza e senza ambiguità, altrettanto non si può dire per i paesi sunniti, l'Arabia Saudita e la Turchia su tutti, amici dell'America. 

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