L'ultima minaccia di Cameron dopo il fallito accordo con Tusk: o progressi o Brexit

01 febbraio 2016 ore 14:13, Americo Mascarucci
La voglia di uscire è tanta, ma è altrettanta la paura delle possibili conseguenze di una decisione tanto drastica. 
Il premier britannico David Cameron è sempre più in difficoltà. L'ala oltranzista del suo partito continua a chiedere che a giugno si tenga il referendum per decidere se la Gran Bretagna debba o meno restare nella UE. Il premier ha promesso che il referendum sarà convocato entro il 2017 e intanto continua a minacciare la possibilità dell'uscita dall'Europa (il temutissimo Brexit) per poter ottenere maggiori concessioni. 
Londra continua a chiedere con insistenza all'Europa di limitare il welfare ai nuovi immigrati per i primi quattro anni di residenza. Il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk che ha incontrato Cameron pare abbia manifestato una certa disponibilità a discutere ed eventualmente approvare le richieste britanniche di un "freno di emergenza" ai benefici assistenziali concessi agli immigrati ma non si sarebbe andati oltre questa disponibilità al dialogo. "Abbiamo fatto progressi ma non sono sufficienti. C'e' ora una proposta sul tavolo che non e' abbastanza buona e c'è quindi bisogno di ulteriori sforzi".
Il numero di immigrati sempre più alto sta mettendo in seria difficoltà i bilanci del Regno Unito che non riuscirebbe più a fare fronte agli aiuti di Stato che i paesi Ue sono tenuti a garantire. Da qui quindi la richiesta di un freno utile a bloccare per un periodo più o meno limitato i benefit previsti per gli stranieri.
Secondo indiscrezioni ai quattro anni richiesti da Cameron Tusk avrebbe proposto in alternativa due anni eventualmente prorogabili.

Resta invece una distanza siderale per ciò che concerne gli altri punti che Londra ha posto sul tavolo dell'Europa per rinegoziare i rapporti Gran Bretagna - Ue e scongiurare Brexit. Cameron chiede fra l'altro maggiore flessibilità in economia, una riconsiderazione dei diritti concessi ai paesi europei che non aderiscono all'euro con l'introduzione di specifiche clausole di salvaguardia (proposta questa che trova contrarie Francia e Germania) nel caso in cui l'Europa dovesse decidere di rafforzare la zona euro e soprattutto una maggiore collegialità nelle decisioni restituendo sovranità agli stati membri. Su questi altri punti l'accordo non soltanto non ci sarebbe ma sarebbe lontanissimo dall'essere raggiunto. 
E intanto come detto sale nel Paese la febbre da Brexit. 
I conservatori inglesi sono divisi al loro interno.
L'ala moderata sostiene la trattativa portata avanti da Cameron con l'Europa e invita a non accelerare troppo con il referendum, mentre l'ala più oltranzista ritiene il dialogo in piedi con Bruxelles del tutto inutile, una perdita di tempo e spinge invece affinché il referendum sia convocato al più presto, al massimo entro giugno. 
I conservatori pro Brexit temono che eventuali parziali concessioni da parte dell'Europa alle richieste inglesi possano mettere a rischio la campagna referendaria e un risultato, quello dell'uscita dalla Ue che oggi sembrerebbe a portata di mano. 
L'ultima minaccia di Cameron dopo il fallito accordo con Tusk: o progressi o Brexit
Ne è consapevole lo stesso Cameron che non a caso sta facendo pressioni sull'Europa proprio per scongiurare il rischio di un temutissimo successo referendario. Perché, se lo spettro di Brexit può tornare utile come strumento di pressione e di condizionamento sulla Ue, metterlo concretamente in atto potrebbe rivelarsi molto rischioso. 
Un braccio di ferro quello in corso fra Londra e Bruxelles che sembra indirizzato su un binario morto ma che le parti in causa sembrano avere tutto l'interesse a non far morire. Perché il Regno Unito ha bisogno dell'Europa, così come la Ue ha bisogno della Gran Bretagna. 
E intanto i giornali inglesi si dividono sull'esito dell'incontro. Chi lo definisce positivo, chi negativo, chi positivo a metà. Alla fine la verità come sempre avviene sta nel mezzo e probabilmente almeno nell'immediato grandi passi avanti nel negoziato non si vedranno. 
Ad ogni modo Cameron ha concesso soltanto 24 ore per trovare una mediazione ragionevole, altrimenti sarà Brexit. Tutti al voto a giugno con l'esito quasi scontato di un'adesione forte al progetto di uscita
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