Donna incinta incendiata, Bruzzone: "Gesto spaventoso. Il significato del fuoco usato come arma"

01 febbraio 2016 ore 16:45, Lucia Bigozzi
“Modalità esecutiva spaventosa; qui siamo al tentato omicidio pluriaggravato”. Nella sua carriera professionale Roberta Bruzzone, criminologa, ne ha “viste di tutti i colori” e quella del fuoco usato come arma è purtroppo già nota agli esperti del settore. Nella conversazione con Intelligonews, legge al microscopio l’ennesima violenza nei confronti di una donna e per giunta, all’ottavo mese di gravidanza. E’ la vicenda di Pozzuoli dove una 38enne al quinto mese di gravidanza è stata data alle fiamme con della benzina dal compagno al culmine di una lite: lei è gravissima e i medici hanno fatto nascere prematuramente la sua bambina che, per fortuna, sta bene. 

Da criminologa come legge la doppia crudeltà di questo gesto? Qui siamo oltre il femminicidio perché c’è di mezzo un neonato. 

«Siamo di fronte a una modalità esecutiva spaventosa e a un’ipotesi di reato gravissima; dal mio punto di vista qui non è semplicemente riconducibile nell’alveo delle lesioni gravissime, bensì si può configurare come tentato omicidio pluriaggravato. Speriamo di no, ma se la donna non dovesse sopravvivere, si aggiungerebbero una serie di aggravanti che potrebbero portare anche a una condanna all’ergastolo. Dare fuoco a una persona non è così banale, non si fa usando un accendino, devi usare sostanze liquide, come alcol o benzina, che consentano un’accelerazione delle fiamme. Quindi, agisci perché vuoi fare del male, cioè lo fai deliberatamente e dunque con lucidità»

Nella sua esperienza professionale ha mai trattato casi analoghi oppure siamo di fronte a una novità?

«E’ successo un po’ di tutto e abbiamo visto un po’ di tutto. L’uso del fuoco come arma è abbastanza raro ma casi del genere sono già accaduti, come ad esempio la vicenda dell’omicidio di Maria Anastasi, a Trapani, uccisa e poi bruciata qualche giorno prima di partorire il suo quarto figlio. Anche lei come la donna di Pozzuoli, era incinta. In questi casi, il fuoco viene usato come arma non solo per colpire fisicamente ma anche sul piano psicologico; usare il fuoco su una persona significa voler cancellare, annientare la sua identità, il suo aspetto fisico, il suo essere donna. Il fuoco, lo sappiamo, distrugge qualunque cosa e nel caso delle persone, qualunque aspetto, fisionomia identitaria. Un po’ come accade con l’acido e in fondo tra i due elementi non c’è molta differenza, anche se in questo caso il ricorso al fuoco denota l’intenzione di provocare danni irreversibili che possono portare anche alla morte. Per me, qui siamo di fronte a un tentato omicidio in piena regola, perché la condotta dell’autore del gesto è idonea a cagionare la morte sia della mamma che del bambino. Aggiungo che se anche la donna si riprenderà niente per lei e in lei sarà più come prima: porterà sul suo corpo i segni indelebili di questa violenza e da questo punto di vista, chi le ha dato fuoco ha già raggiunto il suo obiettivo»

Ma cosa scatta nella testa di una persona che compie un gesto del genere, oltretutto sapendo che la donna vittima di tanta crudeltà aspetta un figlio? 

«E’ proprio nella maternità che questo tipo di uomini, del tutto immaturi, possono trovare una ulteriore componente che alimenta la violenza e l’aggressività. In alcuni casi, scatta anche un sentimento di gelosia nei confronti del neonato che avrà per sé tutte le attenzioni della madre. La violenza in gravidanza è uno degli elementi in cui valutiamo se esiste il rischio di una escalation di aggressività. In altre parole, se la donna ha ricevuto maltrattamenti in gravidanza, il rischio che possa essere uccisa si triplica»

autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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