Password della settimana: Erasmus Generation

01 luglio 2016 ore 20:00, Paolo Pivetti
L’idea che la storia proceda per generazioni è molto antica. Anche la misericordia di Dio “di generazione in generazione (...) si stende su quelli che lo temono” come canta Maria nel suo Magnificat. Sì, è proprio nel succedersi delle generazioni il cammino della Storia. E nel loro alternarsi e nel loro contrapporsi.
Forse, nell’antico le cose si muovevano più lentamente di oggi. Ma deve pur esserci stato un salto generazionale (all’inglese potremmo dire un gap generazionale) tra i vecchi della Roma dei re e i giovani capeggiati da Giunio Bruto, che fecero fuori Tarquinio il Superbo e fondarono la Roma repubblicana. E qualche secolo dopo, un altro gap dev’esserci stato tra i vecchi dell’ultima Roma repubblicana e i giovani seguaci di quell’altro Bruto, che insieme con Cassio fece fuori Giulio Cesare.

Arrivando a noi, nel secolo che ci ha appena preceduto, il susseguirsi delle generazioni è stato quasi un accavallarsi. Dalla lost generation americana, la generazione perduta del primo dopoguerra, che annoverò grandi scrittori come Fitzgerald, Hemingway, Faulkner, alla beat generation del secondo dopoguerra, quella dei Kerouac e dei Ginsberg.
Noi Europei non siamo stati da meno: abbiamo partorito anche noi una generazione di quelle che passano alla storia: la famosa generazione del Sessantotto, che seppe contemporaneamente fare la rivoluzione e inserirsi nel sistema; portare al trionfo la borghesia e la sua finanza mentre le combatteva a nome del proletariato. Ma anche la sua memoria è ormai oscurata; oggi è cambiato il vento: c’è la generazione Erasmus a soggiogare l’affettuosa attenzione dei media europei. Ed eccoli, tutti i grandi media, pronti a compiangere i giovani della Erasmus Generation, vittime della chiusura egoistica, conservatrice e gerontofila della Brexit: giovani sconfitti dai vecchi; remain sconfitti dai leave.
Se però andiamo a spulciare i dati sull’afflusso al voto in Gran Bretagna, diviso per fasce d’età, scopriremo che solo il 36% dei giovani tra i 18 e i 24 anni si son recati alle urne mentre la partecipazione degli ultrasessantenni pare abbia raggiunto l’83%. Sarebbe troppo sciocco e semplicistico citare per questi giovani il poetico aforisma  “Chi è causa del suo mal pianga sé stesso”.

Sta di fatto che, dopo la generazione impegnata e iperpoliticizzata del Sessantotto, durata molti anni anche dopo il Sessantotto, la cui logica, per quanto non condivisibile, era in qualche modo spiegabile, del tutto oscura e inspiegabile è la logica di questa odierna generazione Erasmus, che sembra aver tirato i remi in barca, disinteressandosi della politica anche a scapito del proprio stesso futuro; salvo poi piangere sui risultati ed eventualmente scendere in piazza a protestare.
Impossibile capirli. Questo sì, è un vero gap generazionale.


autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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