G20 scatola vuota? I mercati non si fidano più

01 marzo 2016 ore 9:59, Luca Lippi
Non è il G20 più inutile della storia, è il solito G20, un consesso nel quale si incontrano personaggi non per decidere, perché è tutto già deciso, ma per fare uscire qualcosa di imprevedibile, e invece di imprevedibile non è venuto fuori nulla come accade ormai dal 2011. 
Quindi è solo una costosissima presa d’atto, tanto per essere chiari. Ovviamente i mercati che si sono resi conto della solita vacuità della scatola infiocchettata hanno fatto spallucce e hanno ripreso il loro normale corso.
I capi di stato e di governo dei 20 paesi più industrializzati hanno preso atto, al termine del vertice, del rallentamento dell’economia globale, e si sono impegnati a usare tutti gli strumenti disponibili per sostenere la crescita. Nel comunicato finale si legge che “l'eccesso di volatilità e i movimenti disordinati dei tassi di cambio” sono un rischio per la stabilità finanziaria. E i paesi membri del G20 si asterranno dal compiere “svalutazioni competitive” delle rispettive divise. Un impegno ribadito nel corso del vertice sia dal governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, sia dal premier cinese Li Keqiang. E invece lo yuan ha continuato a scendere, toccando i minimi delle ultime quattro settimane.
Intanto resta sotto stretta osservazione il prezzo del petrolio, con il Wti che è sceso, sia pure di poco, sotto la soglia dei 33 dollari al barile.

G20 scatola vuota? I mercati non si fidano più
Nel corso del G20 sono poi arrivati (non a ciel sereno) i dati macro di Germania, vendite al dettaglio che a gennaio su base annua sono scese dello 0,8%, mentre le attese erano per un rialzo dello 0,8%. 
Sempre in Germania i prezzi alle importazioni nel primo mese dell'anno hanno riportato una variazione negativa dell'1,5%, in recupero rispetto alla flessione del 3,1% di dicembre, a fronte della stima di un ribasso del 3,4%.
Per l’Europa è stato diffuso il dato dell'inflazione di febbraio che ha mostrato una variazione negativa dello 0,2% su base annua, in linea con l'indicazione preliminare e sotto le attese del mercato che puntava ad una variazione nulla. 
In buona sostanza è stato semplicemente detto che le banche centrali devono continuare a sparare liquidità e smettere di abbassare i tassi altrimenti le banche commerciali non guadagnano più. E poi ci mette il carico l’Ocse che lamenta una crescita inesistente o insufficiente e per riguardo l’Italia l’Ocse la sollecita a “portare avanti il riequilibrio della protezione dal posto di lavoro al reddito del lavoratore, riducendo il dualismo del mercato con assunzioni e licenziamenti più flessibili e procedure legali più prevedibili e meno costose”, e ad “accentuare le politiche attive del lavoro, in particolare concentrando le risorse sui disoccupati di lungo periodo” che tradotto in termini comprensibili significa “portare avanti la deflazione salariale attraverso licenziamenti e riduzione dei diritti spostando la protezione sul salario minimo o meglio sul minimo salario possibile”.
Ovviamente se dovessimo concentrarci sul concreto e traducendo ulteriormente la strategia delle riforme, cioè il loro reale significato, riportiamo l’esempio della Grecia dove sono state fatte il maggior numero di riforme richieste dai burocrati di Bruxelles, e infatti i salari in Grecia sono diminuiti dal 2007 al 2013 del 18,74% (in Italia 1,99%). In altri paesi invece il livello dei salari è cresciuto, per esempio in Spagna è cresciuto del 3,36%. Significa che il problema è politico, le riforme sono importanti non per quante se ne fanno ma per come si fanno e se le risorse “spremute” saranno utilizzate per produrre lavoro e non per finanziare “campagne improduttive”.
In conclusione, tutto procede nel solito moderato disordine, ora gli occhi sono tutti puntati sul Brexit unico vero motivo che mette in pericolo l’aggregazione europea, ma anche unico motivo per stare a bocce ferme finché non si renda chiara la disputa britannica.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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