L'iPhone non si tocca: Apple-Fbi? Caso chiusi da giudice che indaga sulla droga

01 marzo 2016 ore 17:30, Lucia Bigozzi
Il primo round va alla Apple, ma ha già il sapore di una vittoria. Nella contrapposizione, nientemeno che con l’Amministrazione Usa, quella di Obama, il colosso di Cupertino ha portato a casa la battaglia che aveva ingaggiato dopo un caso di cronaca. La notizia è questa: a News York un giudice federale ha emesso una sentenza in base alla quale il dipartimento di Giustizia non può obbligare la società a sbloccare un iPhone. Il caso è applicato alla cronaca a una vicenda di droga e il tema, sempre centrale, nel dibattito sulle nuove tecnologie in evoluzione continua dal punto di vista dei meccanismi sofisticati, è quello della privacy digitale. Ma come sempre accade, non tutti i rappresentanti della giustizia sono allineati perché in California, un giudice ha emesso una sentenza esattamente opposta a quella del collega di New York ed ha ordinato ad Apple di realizzare (costruendolo ex novo)  un software ad hoc per accedere all'iPhone di uno degli autori della strage di San Bernardino. Una vicenda che ha scatenato un dibattito a livello internazionale con da un lato il colosso di Cupertino ma anche le aziende che ‘animano’ la Silicon valley, determinate a tutelare il proprio brand, la riservatezza dei dati dei clienti: dall’altro Washington e la Casa Bianca, che sollecita una eccezione alle regole nei casi di gravi crimini compiuti ai danni della collettività, come è stata la strage di San Bernardino sulla quale peraltro, non ci sono certezza granitiche in quanto a movente e mandante, nonostante buona parte degli investigatori che ci stanno lavorando, la ricolleghino a un probabile attentato dell’Isis.

L'iPhone non si tocca: Apple-Fbi? Caso chiusi da giudice che indaga sulla droga
 L’azienda di Cupertino, attraverso il suo legale Ted Boutrous, fa sentire la sua voce sottolineando che “non è preciso per l'Fbi parlare di un singolo caso”, come hanno scritto e affermato anche i media americani, ricostruendo almeno una dozzina di episodi analoghi. Un vicenda alquanto complessa che potrebbe costituire un precedente, aprire un varco e che potrebbe finire davanti alla Corte Suprema, attualmente in equlibrio tra giudici di estrazione repubblicana e i colleghi democratici; quadro di bilanciamento perfetto dovuto alla scomparsa di uno dei giudici dell’alto organismo. Intanto, però, per sbloccare l’impasse, viene da più parti sollecitato l’intervento del legislatore e quindi del Congresso, come ha fatto lo stesso giudice di New York. Infatti scrive così: “Come bilanciare al meglio questi interessi e' una questione di importanza cruciale per la nostra società e la necessità  di una risposta diventa ogni giorno più urgente, perchè i progressi tecnologici oltrepassano i confini di ciò che sembrava possibile anche alcuni decenni fa”osserva il giudice James Orenstein. Alla fine, si concentra su un altro passaggio: il punto “non è se il governo dovrebbe essere in grado di costringere la Apple a sbloccare uno specifico apparecchio ma se la legge 'All Writs act', risolva questo problema e molti altri analoghi in futuro”. E siccome per il giudice non lo risolve, a questo punto la Apple non è tenuta a supportare l’intelligence se non lo vuole. 
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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