Caso Bifolco, Meluzzi: "Il supplemento di indagine va fatto anche sul Meridione"

01 ottobre 2015, Andrea De Angelis
Ricordate Davide Bifolco il diciassettenne del rione Traiano di Napoli ucciso il 5 settembre del 2014 durante un inseguimento? 
Ebbene, all'udienza conclusiva del processo, il giudice Ludovica Mancini, ha accolto l'istanza del legale della famiglia Bifolco, Fabio Anselmo, che ha richiesto un supplemento di indagine riaprendo così l’istruttoria.
IntelligoNews ne ha parlato con lo psichiatra Alessandro Meluzzi...

Caso Bifolco, Meluzzi: 'Il supplemento di indagine va fatto anche sul Meridione'
In attesa dei nuovi sviluppi, i familiari esultano e con loro tutti i parenti e gli amici del rione Traiano. Per loro Davide era un bravo ragazzo totalmente estraneo al contesto criminale del quartiere ad alta densità camorristica. Davanti a cosa ci troviamo: il branco che difende la vittima senza se e senza ma? L'odio verso la divisa? L'assenza dello Stato?

«Credo che ci siano alcune zone, in particolare in alcune aree di certe città, in cui si formano sacche di subcultura. Definirla criminale è forse ingeneroso, ma certamente ci sono sacche dove lo Stato appare come uno Stato d'occupazione, dove c'è una non appartenenza civica, un senso di estraneità, un'abitudine all'illegalità. Ci sono manifestazioni che vengono cioè considerate fisiologiche, come il non fermarsi a un posto di blocco o l'andare in tre su una moto, ma che in realtà non lo sono affatto».

Parlare di microcriminalità può essere riduttivo.

«Certamente, infatti siamo dinanzi all'estraneità territoriale. Recuperare queste sacche di anomia di subcultura non è facile, né un processo acquisibile solo per via militare. Le persone devono recuperare la dimensione del sentirsi parte di una collettività giuridicamente definita».

Siamo all'annoso problema della certezza della pena. 

«Le leggi ci aiutano a vivere con gli altri, ma se pensiamo che sono norme di uno Stato di occupazione che è lontanissimo dalla nostra sensibilità, moralità e giustizia, diventa una specie di intifada permanente».

La mamma ha sempre difeso il figlio, dicendo che non è un camorrista. 

«Le mamme non possono che difendere i figli, come dicono a Napoli so' piezz'e core. Il problema non è quello di stabilire le ragioni della madre di un giovane morto. Il punto è capire che i Carabinieri a Napoli non sono il nemico, perché il rischio è che si crei una situazione di quel tipo in cui anche i ragazzini dell'intifada credono di fare qualcosa di buono quando tirano sassi contro le macchine della polizia militare israeliana. Ma questo recupero mentre là è difficile per una serie di ragioni culturali, etniche e religiose, qua dovrebbe essere reso possibile da un processo di tipo sociologico che passa attraverso la scuola, la parrocchia, l'associazionismo. Attraverso i corpi intermedi».

Ci faccia un esempio. 

«Ricorderò sempre che al funerale del ragazzo un Alto Ufficiale dei Carabinieri si tolse il cappello. Un atto non di sudditanza, ma di pacificazione e rispetto. Naturalmente la pacificazione in situazioni del genere deve passare attraverso un avvicinamento reciproco e non dovrebbe essere necessario Nelson Mandela in Italia per doverlo fare. Un cammino duro, ma indispensabile». 




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