3 anni fa l’addio a Martini, il ‘progressista’ anti-Bergoglio

01 settembre 2015, Americo Mascarucci
3 anni fa l’addio a Martini, il ‘progressista’ anti-Bergoglio
Tre anni fa, precisamente il 31 agosto del 2012, moriva il cardinale Carlo Maria Martini. Una figura di spicco della Chiesa Cattolica, arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, ma anche un personaggio controverso soprattutto per il suo presunto antagonismo con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. 

Gesuita come Bergoglio, sono in molti a considerare l’attuale pontefice una sorta di erede naturale del cardinale Martini. Un’etichetta tuttavia che mal si addice a Francesco, il quale pare non avesse affatto con il confratello un rapporto propriamente idilliaco. Una dimostrazione di ciò deriverebbe proprio dal Conclave del 2005, quello che doveva eleggere il successore di Wojtyla. 

Contrariamente alle più granitiche convinzioni dei media, come antagonista del conservatore Joseph Ratzinger, il fronte progressista non scelse Martini, bensì proprio Bergoglio. L’ex arcivescovo di Milano, non soltanto secondo le indiscrezioni post conclave non avrebbe votato il primate d’Argentina, ma sarebbe stato poi il mediatore della trattativa che portò all’elezione di Benedetto.  Per Martini, insomma, alla fine risultò meglio far eleggere “l’avversario storico”, Ratzinger per l’appunto, piuttosto che il confratello Bergoglio. 

Cosa resta oggi a tre anni dalla morte di Carlo Maria Martini? Resta sicuramente il suo lavoro di eccellente biblista e il suo tentativo, non sempre perfettamente riuscito, di convincere gli atei circa l’esistenza di Gesù Cristo e la sua natura divina in base ad un principio che ha fatto scuola; “non si può negare la storicità di Cristo e la sua natura divina senza cadere in contraddizione”, sostenne Martini dopo aver studiato a fondo le tesi dei “negazionisti” più accaniti, quelli cioè che nel corso dei secoli hanno tentato di negare l’autenticità dei Vangeli.  

Tuttavia Martini resta anche il simbolo, non dell’”anti Chiesa” come molti suoi detrattori lo hanno dipinto ingiustamente, ma sicuramente dell’ “altra-Chiesa”, a causa di posizioni espresse nel corso degli anni che sono apparse di aperta rottura rispetto al magistero di Giovanni Paolo II prima e di Benedetto XVI poi. 

Ai due papi custodi delle verità dottrinali e delle certezze, Martini contrapponeva la Chiesa dei dubbi e degli interrogativi. Nessuna verità assoluta, nessuna certezza, ma un confronto aperto con tutte le situazioni presenti nel mondo, alla ricerca di un compromesso e di un dialogo con i più lontani. 

E così, se la Chiesa di Wojtyla promuoveva la difesa senza se e senza ma della vita umana dal concepimento alla morte naturale, Martini, pur senza mai opporsi a questi principi, evidenziava come la Chiesa non potesse arroccarsi su posizioni preconcette del tipo “è così e basta” ma dovesse interrogarsi se non fosse il caso di rivedere certe posizioni. 

Questa sua apertura al mondo contemporaneo, questa sua continua ricerca del dialogo con tutti, credenti e non credenti, cristiani, ebrei, musulmani ecc. ha fatto di lui per anni il simbolo di una Chiesa in cammino, una “Chiesa diversa”, una Chiesa progressista, liberale, chiaramente antitetica ai magisteri dei pontefici. Una Chiesa che oggi molti vedrebbero riflessa in quella di Francesca. 

Tuttavia Martini non era un “uomo di popolo”, ma un “uomo di potere”, non aveva la semplicità di Bergoglio, l’indole del parroco di paese, ma la cultura di un teologo, la stessa di Ratzinger seppur con tutte le differenze del caso. Per i suoi estimatori Martini resta il papa mancato, l’uomo ideale per rivoluzionare la Chiesa come nemmeno Bergoglio sembrerebbe in grado di fare agli occhi dei tanti che sin dal principio lo hanno osannato alla follia (leggi Scalfari). 

I suoi detrattori invece lo accusano di aver creato una “Chiesa parallela” rispetto al magistero di Wojtyla e Ratzinger e di aver compromesso e contraddetto con i suoi dubbi, le sue incertezze, la sua smania di dialogo ad ogni costo, il valore della dottrina e l’autenticità dei dogmi, delle verità indiscutibili. 

Persino la sua morte ha avuto quel tocco liberal che lo ha sempre accompagnato, con il rifiuto dei trattamenti terapeutici, e sebbene il suo decesso sia avvenuto naturalmente e nel pieno rispetto delle indicazioni della Chiesa (l’accanimento terapeutico non è obbligatorio nel momento in cui diventa evidente l’inutilità a praticarlo) tanti hanno letto in quel gesto una sorta di sdoganamento dell’eutanasia. Incredibilmente invece proprio la morte lo ha reso identico al suo grande antagonista Wojtyla, il pontefice che Martini papa non avrebbe probabilmente mai canonizzato (ha deposto contro la sua beatificazione adducendo una lunga serie di rimproveri nei confronti del “papa polacco”); identico nella sofferenza e nel desiderio di raggiungere al più presto la casa del padre.  

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