Investimenti dall’estero che non aiutano il Pil: ecco perché

01 settembre 2015, Luca Lippi
Investimenti dall’estero che non aiutano il Pil: ecco perché
La Cgia di Mestre elaborando i dati dell’Unctad (conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo), ha quantificato in 281,3 miliardi di euro gli investimenti esteri nel nostro Paese, con uno scarto rispetto al 2013 pari a +9,5 miliardi (+3,5%).

A scommettere sul nostro Paese soprattutto Lussemburgo (39% del totale), Francia (20,8% del totale) e Belgio (12,4% del totale). Inutile prendere in giro il lettore, è intellettualmente corretto tenere presente che questi capitali sono soldi provenienti in gran parte da capitali transitati in paesi con fiscalità favorevole rispetto alla nostra. In particolare dalle multinazionali con sede nel Granducato che da tempo beneficiano della fiscalità di vantaggio concessa alle imprese da questo paese.

L’incremento, dunque, di investimenti non ha avuto ripercussioni positive sul nostro Prodotto interno lordo, sia perché è recupero di masse finanziarie uscite negli anni precedenti, sia perché non sono abbastanza “consistenti” per incidere. La debole crescita dello stock degli Ide in percentuale al Pil italiano è ferma al 17,4% (peggio di noi solo la Grecia che è al 8,5%).

La maggior parte del flusso finanziario è inclusivo della politica di acquisizioni consumate nel 2014 da parte di investitori “stranieri” su marchi storici del made in Italy (ne abbiamo scritto ieri). 

Paolo Zabeo della Cgia di Mestre dice a proposito: “Se queste acquisizioni non daranno luogo a una fuga all’estero delle attività progettuali e produttive di questi nostri brand, tutto ciò va salutato positivamente, purtroppo, l’internazionalizzazione dell’economia che stiamo vivendo da almeno 20 anni si manifesta e prende sempre più forma anche in questo modo”.

L’eccessivo peso delle tasse, le difficoltà legate ad una burocrazia arcaica e farraginosa, la proverbiale lentezza della nostra giustizia civile, lo spaventoso ritardo dei pagamenti nelle transazioni commerciali, il deficit infrastrutturale e il basso livello di sicurezza presente in alcune aree del paese tengono lontani gli investimenti nel nostro Paese, oltretutto c’è da coprire il gap che si è formato negli anni con l’emorragia di capitali industriali transitati all’estero per “legittima difesa”. In parte questi capitali rientrano poiché la maggior parte delle aziende datesi alla macchia hanno rapporti commerciali consolidati nel paese di provenienza, ma non sono sufficienti e neanche produttivi fiscalmente per accendere il nostro Pil.

Seguiamo la situazione anche se c’è ben poco da seguire.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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