Giacimento di gas in Egitto: cattive notizie per gli Usa

01 settembre 2015, intelligo
di Alessandro Corneli

Giacimento di gas in Egitto: cattive notizie per gli Usa
Per settant’anni, gli Stati Uniti hanno mantenuto il controllo sull’Europ
a occidentale non solo grazie alla protezione militare, ma soprattutto perché ne controllavano le forniture energetiche attraverso l’influenza che esercitavano nel Vicino Oriente dove avevano preso il posto di quella britannica. 

Dopo la prima crisi del petrolio nel 1973, la Francia spinse a fondo sul nucleare (e non a caso Parigi ha sempre mantenuto una certa autonomia da Washington); poi il Regno Unito trovò il petrolio nel Mare del Nord; infine la Germania ha concluso grandi accordi con la Russia per la fornitura di gas. 

Tuttavia, l’affondamento della Libia, le persistenti difficoltà in Iraq e i tempi lunghi per un ritorno significativo della produzione iraniana, avevano consentito agli Stati Uniti di mettere a punto una strategia alternativa, fondata su un contenimento della Russia per la crisi ucraina e soprattutto sulla prospettiva di forniture di shale gas. 

La scoperta, effettuata dall’Eni, di un enorme giacimento di gas nell'offshore egiziano del Mar Mediterraneo, rischia di mandare all’aria i disegni americani. Il giacimento supergiant presenta infatti un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas (5,5 miliardi di barili di petrolio equivalente) su un'estensione di circa 100 chilometri quadrati. È la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel mar Mediterraneo e può diventare una delle maggiori scoperte di gas a livello mondiale. Per decenni coprirà il fabbisogno egiziano e fin da ora fornisce un formidabile punto d’appoggio al presidente Abdel Fattah Al-Sisi, se saprà giocare bene le sue carte e se non dovrà affrontare un rigurgito di difficoltà interne legate al fondamentalismo islamico e alle operazioni militar-terroristiche dell’Isis dalla vicina Libia.

Se l’Eni è giustamente soddisfatta e considera questo risultato anche una conseguenza di buoni rapporti che durano da sessant’anni, anche l’Italia troverà dei vantaggi legati alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Ma è lo scenario geopolitico che, in prospettiva, cambia poiché un attore cruciale del Vicino Oriente, l’Egitto, con quasi 90 milioni di abitanti, diventando autonomo in fatto di energia e potendo utilizzarla per il proprio sviluppo, potrà dire la sua con maggior forza rispetto a Nasser, Sadat o Mubarack che dipendevano dagli aiuti esterni. Aggiungendo le risorse di idrocarburi già individuate nelle acque prospicienti Israele e intorno a Cipro, lo scacchiare mediorientale che si affaccia sul Mediterraneo potrebbe passare, se i suoi leader saranno lungimiranti, da una fase di conflittualità endemica a una di collaborazione che si riverbererebbe anche sul fronte meridionale dell’Europa (Spagna-Francia-Italia-Grecia), verso il quale si sposterebbe il baricentro dell’Ue. 

Il Medio Oriente profondo (Iraq-Afghanistan-Iran-Pakistan) dovrebbe trarne le conseguenze e così pure l’Arabia Saudita. I punti deboli restano la Siria e la Giordania, cioè i due paesi che non possono vantare importanti risorse energetiche proprie ma hanno risorse umane di indubbio valore.  Per tutti, comunque, rimane il problema dell’acqua, ma con l’energia abbondante e a buon mercato potrà essere trovata una soluzione soddisfacente purché la politica lo voglia.

La notizia del giacimento egiziano non farà molto piacere agli Stati Uniti che rischiano di vedere diminuire il loro controllo sulle risorse energetiche del Medio Oriente e, di conseguenza, sull’Europa. 

La trattativa sul Ttip (Trattato di libero scambio euro-americano) potrebbe risultare più complicata di quanto già non sia mentre quella sull’area del Pacifico deve fare i conti l’ancora non quantificabile crisi della Cina. Ciò potrebbe indurre la Fed a forzare un po’ il gioco, aumentando, tra qualche settimana, il costo del denaro. Ma sarebbe pericoloso poiché svuoterebbe gli sforzi della Bce di fornire liquidità all’Eurozona in quanto una parte di essa attraverserebbe l’Atlantico, favorendo la ripresa americana ma non quella europea.

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