Martini e le riserve sulla canonizzazione di Giovanni Paolo II

10 aprile 2014 ore 9:53, Americo Mascarucci
Martini e le riserve sulla canonizzazione di Giovanni Paolo II
Che Carlo Maria Martini avesse riserve sulla canonizzazione di Giovanni Paolo II non è un mistero,  si sapeva da tempo, anche perché Andrea Tornielli ne aveva dato già notizia quando era in corso il processo di beatificazione.
Martini non ha mai fatto mistero del resto del suo essere “controcorrente” rispetto a Karol Wojtyla, ponendosi suo malgrado, quale referente di una Chiesa meno tradizionalista, più aperta alle istanze del mondo moderno e soprattutto meno rigida sui temi dottrinali. Il contrario di ciò che è stato il Papa polacco, aperto al dialogo con il mondo, ma indisponibile a scendere a compromessi con la modernità o a piegare i valori alle leggi del relativismo etico. Nessuno osa mettere in dubbio la grandezza del cardinale Martini, per altro testimoniata in special modo dalla sua attività di studioso della Bibbia. Di fronte a quanti avanzavano dubbi sulla  storicità dei vangeli e della vita stessa di Cristo, l’arcivescovo di Milano poneva in prima linea i suoi studi. Non si era limitato infatti a studiare soltanto le fonti cristiane, quelle cioè favorevoli, ma aveva concentrato maggiormente le sue analisi proprio sui testi degli autori negazionisti. Evidenziava Martini come questi storici pur elaborando studi dettagliati e di alto valore scientifico, nel tentativo di negare l’esistenza del Cristo, finivano tutti indistintamente per cadere in contraddizione con se stessi. Non si accorgevano insomma che negare la storicità di Gesù Cristo non poteva avvenire se non al prezzo di inevitabili contraddizioni che, paradossalmente, finivano con il confermare la tesi opposta. Martini era addirittura grato a questi storiografi anti cristiani, proprio perché, inconsapevolmente, con le loro contraddizioni confermavano ancora di più e meglio l’esistenza di Gesù e l’autenticità dei vangeli. Premesso ciò, così come Martini è stato in grado di esprimere critiche all’operato di Giovanni Paolo II senza tuttavia negarne la grandezza, non si può non evidenziare come anche l’arcivescovo di Milano non fosse purtroppo esente da riserve o contestazioni circa il suo operato. E la critica maggiore che può essere rivolta a Martini, pur nel più assoluto rispetto della sua grandezza, sta tutta in quel rapporto quasi privilegiato con i non credenti che il cardinale gesuita ricercò per tutta la vita. Un dialogo che, seppur rivolto a far conoscere Dio anche a chi non possedeva il dono della fede, ha finito con l’ingenerare dubbi in quanti la fede stessa la praticavano con convinzione. Il popolo di Dio dai suoi pastori si aspetta certezze e verità, non dubbi, e Martini soprattutto negli ultimi anni della sua esistenza è sembrato spesso nutrire più dubbi che certezze. In un dialogo sui temi etici con l’attuale sindaco di Roma Ignazio Marino, sono più le volte in cui, di fronte a tematiche fondamentali come l’aborto, l’eutanasia, la procreazione medicalmente assistita, la procreazione in vitro, Martini si mostra più dubbioso che convinto della dottrina della Chiesa. E se al fedele è consentito avere dubbi, questa libertà non può essere certamente accettata da chi è stato anche candidato a sedere sul trono di Pietro. Forse Wojtyla come sosteneva Martini aveva sbagliato la scelta dei collaboratori, aveva dato troppo spazio ai movimenti a scapito delle chiese locali, amava esporsi troppo e alla fine non ha avvertito l’esigenza di ritirarsi quando le sue condizioni di salute non gli permettevano più di svolgere appieno il suo compito; ma Martini è sembrato interessato troppo a dialogare di più con “l’esterno” che con “l’interno” della Chiesa, con gli atei, gli agnostici, le altre religioni, quasi a voler testimoniare il suo essere più in sintonia con i non cattolici che con i cattolici stessi. Il fatto che non vedesse di buon occhio la canonizzazione di Wojtyla, incredibilmente rischia di rafforzare ancora di più le ragioni alla base della santità del Papa polacco.
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