Banche, cosa devono fare i risparmiatori? Tre istruzioni per l’uso

10 dicembre 2015 ore 11:49, Luca Lippi
Banche, cosa devono fare i risparmiatori? Tre istruzioni per l’uso
A partire dal 1° gennaio 2016, entra i vigore il Bail-in che è un meccanismo di risoluzione della situazione di insolvenza di un istituto di credito. In buona sostanza, il salvataggio dell’istituto di credito non avviene più con soldi pubblici ma con i soldi che costituiscono il patrimonio della  banca, e poiché la banca contabilmente non detiene una “SUA” cassa, è ovvio che il patrimonio dell’istituto è quello dei risparmiatori. Povere vittime destinare a "sussidiare" tutte le operazioni. che il sistema concede agli istututi di credito. Come sussidiano i risparmiatori? Innanzi tutto col proprio danaro: i clienti con depositi superiori ai 100mila euro, gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati. Non tutti i risparmiatori avranno tempo e competenze per leggere i bilanci della propria banca, ma qualche precauzione può essere presa da tutti. Offriamo alcune indicazioni per valutare delle scelte senza disporre di competenze specifiche e offrire una zattera di salvataggio ai futuri risparmiatori. 

- Come valutare la solidità di un istituto di credito?  Un indicatore importante è il Common equity tier 1(Cet1), indicatore che rapporta il patrimonio netto della banca (capitale sociale più riserve) ai rischi assunti, ovvero si misura il totale delle attività ponderate per il rischio. Al lettore è sufficiente prendere visione di questo numerino facilmente reperibile su internet sapendo che le norme europee prevedono come “pavimento minimo” per le banche un Cet1 Ratio dell’8%, che equivale a dire che una banca può effettuare investimenti (finanziamenti, prestiti, mutui,investimenti su titoli ecc) ponderati per il rischio superiori a 12,5 volte il capitale proprio. Più questo indicatore è elevato, maggiore dovrebbe essere la solidità dell’istituto, ovvero la capacità di affrontare eventuali scenari negativi. In generale un livello sotto il 9% non è considerato sufficiente, e sotto l’8% è assolutamente a rischio.
- Come scegliere un investimento? Dando per scontato che il risparmiatore medio sceglierà seguendo la strategia dell’assunzione del minor rischio, per sommi capi andiamo ad elencare dall’investimento più rischioso a quello meno rischioso. Un principio generale su tutti è che più è basso il rendimento certo e meno è il rischio che si corre. Titoli di stato a rendimento negativo sono sempre i migliori. Dunque, l’investimento più rischioso è la Borsa e le azioni; fra le obbligazioni non di stato la più rischiosa è l’obbligazione subordinata, è un titolo il cui rimborso, in caso di liquidazione o fallimento dell'emittente, avviene successivamente a quello dei creditori ordinari. Si tratta di titoli con rischio più elevato rispetto a quello delle obbligazioni ordinarie e caratterizzate pertanto da maggior rendimento. Anche in caso di andamento normale dell'attività della banca, comunque, quando i bond arrivano a scadenza, il loro rimborso è subordinato ad autorizzazione da parte di Bankitalia. Tutte le altre obbligazioni generalmente sono obbligazioni garantite, o covered bond, quando, in caso di insolvenza dell'emittente, i diritti degli obbligazionisti sono i primi ad essere soddisfatti, grazie ad una serie di attività poste a garanzia. 
- Come riconoscere un’obbligazione subordinata da un’obbligazione garantita? Non è semplicissimo, il consiglio è quello di farsi siglare dal funzionario di agenzia una dichiarazione scritta di pugno che le obbligazioni in sottoscrizione non sono a rischio rimborso, andare a cercare indicazione nell’informativa è inutile perché non è chiara. Altro campanellino di allarme è il rendimento che normalmente è più elevato delle obbligazioni garantite, secondo indicatore sono obbligazioni complicate da vendere prima della scadenza, terco campanello di allarme, generalmente non hanno una scadenza predefinita, quarto campanello di allarme, nell’informativa non c’è scritto “rischio basso”, tuttavia se fosse scritto rischio “moderato” non necessariamente significa che siamo in possesso di una obbligazione subordinata.

autore / Luca Lippi
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