Europa, l'aut aut: cedere sovranità della politica economica o stretta sul deficit di bilancio

10 febbraio 2016 ore 11:51, intelligo
di Alessandro Corneli

Ridotta alla questione essenziale, la strategia italiana degli ultimi venticinque anni nei confronti dell’Europa punta a realizzare una garanzia europea per i debiti pubblici ovvero a fondere tutti i debiti pubblici nazionali nel crogiolo di un unico debito pubblico europeo. Tutto il resto è contorno. Un primo tentativo fu fatto ai tempi del negoziato per il trattato di Maastricht, ma fu respinto con la minaccia di tenere l’Italia fuori dal Sistema monetario europeo e dalla moneta unica. Se questo fosse accaduto, sarebbe stata un’umiliazione storica per la classe politica della Prima Repubblica già agonizzante: per evitarla, fu necessaria la manovra “lacrime e sangue” gestita dal duo Amato-Ciampi, seguita da una maxi-svalutazione della lira nell’autunno 1992. In questo quarto di secolo, il debito pubblico è rimasto ad oscillare intorno al 130% del Pil, ma adesso grava sulle spalle di un sistema economico e sociale deteriorato e ferito dalla crisi finanziaria che dura dal 2008. Così ci riprova l’Italia di Renzi con la guerriglia polemica nei confronti di Bruxelles perché, se il progetto andasse in porto, sarebbe scongiurata la speculazione sul nostro debito pubblico e verrebbero messe al sicuro anche le banche che detengono 400 miliardi di titoli, debito quasi un quinto del totale. La battaglia sulla flessibilità e per ottenere qualche spicciolo sotto la voce “spese per i migranti” è il fumo che nasconde l’arrosto. Ma l’arrosto, cioè il debito pubblico comunitario, non c’è: è solo un desiderio. E finché non ci sarà, l’Unione europea resterà fragile e reversibile.

Europa, l'aut aut: cedere sovranità della politica economica o stretta sul deficit di bilancio
L’escamotage inventato da Mario Draghi,
cioè l’acquisto di titoli pubblici da parte della Bce, non risolve il problema. Di fatto, è come se gli Stati continuassero ad emettere titoli pubblici nella loro vecchia moneta (lira, franco, marco, ecc.) che però sono denominati (cambiati) in euro. Così continuano a coesistere paesi spendaccioni e paesi virtuosi. Per questo motivo la Germania resta contraria alla confluenza di tutti i debiti pubblici nazionali in un unico debito pubblico europeo. Ma questa linea riapre la porta alla guerra dello spread poiché, se i debiti pubblici restano nazionali, è naturale che i risparmiatori stabiliscano una graduatoria di affidabilità, penalizzando le emissioni dei Paesi più deboli. Chi acquista i bund tedeschi, ancorché espressi in euro, è come se acquistasse un pezzo di Germania, non di Europa. Infatti, chi è convinto che l’Italia non farà riforme serie e non taglierà la spesa pubblica, continuerà a temere per i suoi investimenti in titoli pubblici italiani. In concreto, l’escamotage di Draghi consente ai Paesi più deboli, come l’Italia, di emettere titoli pubblici che vanno a finire in buona parte nelle banche nazionali e da queste, in parte, nella Bce, che così rischia di diventare una super bad bank.

La controprova che questo meccanismo non funzione è offerto dall’inefficacia del Quantitative Easing che non riesce a stimolare la crescita economica e non fa aumentare l’inflazione. È poi difficile credere che se la Bce dovesse accettare le obbligazioni delle imprese si accorcerebbe la distanza tra economia reale ed economia finanziaria. Non si vedono i vantaggi di una Bce che faccia concorrenza alle banche commerciali.

Questa complicata situazione in cui è finita la Bce ha consentito il rilancio di un’idea che era già emersa nel 2012: la creazione di un ministero del Tesoro comunitario in grado di prelevare direttamente le risorse, attraverso l’imposizione fiscale, e di decidere come e dove investirle al fine di promuovere lo sviluppo economico. A farsene promotori sono stati, con una lettera aperta, i presidenti delle banche centrali di Germania e Francia, Jens Weidmann e François Villeroy de Galhau. Se fosse realizzato integralmente, darebbe vita al super-Stato europeo, o Europa federale, limitatamente all’Eurozona; porrebbe fine all’anomalia di una moneta senza Stato (come è l’euro); subordinerebbe la Bce all’obiettivo dello sviluppo; aprirebbe la strada alla formazione di un debito pubblico comune e all’emissione di eurobond. Non sorprende che dagli ambienti del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaueble, abbiano precisato che si tratta di un progetto condiviso ma “a lungo termine”. I due banchieri centrali, cofirmatari del documento pubblicato sui quotidiani Le Monde e Suddeutsche Zeitung, rendendosi conto delle implicazioni della loro proposta, hanno infatti presentato anche un “Piano B”: se gli Stati non accettano il trasferimento di sovranità della loro politica economica (cioè della sovranità nazionale tout court), non resta che rendere più stringenti le regole attuali sul deficit di bilancio e sulla riduzione progressiva del debito pubblico attraverso riforme incisive e radicali tagli alla spesa pubblica, e inevitabile rating sui titoli pubblici per deviare il risparmio su quelli più affidabili (tedeschi in primo luogo, come sta già accadendo). Nel primo caso, la politica, a livello comunitario, avrebbe un ruolo, eventualmente legittimato dal Parlamento europeo; nel secondo caso, si andrebbe avanti con la tecnocrazia e l’intransigenza verso coloro che non rispettato le regole.

Infine c’è qualche considerazione strettamente politica da fare sulla tempistica del pronunciamento dei due banchieri centrali. La prima, di lungo termine, è che il quadro prospettato finisce per assomigliare molto al vecchio Gosplan sovietico con un vertice a tre punte: politica, tecnocrazia e lobby. La seconda è che mette il Regno Unito di fronte all’alternativa dentro-dentro o fuori-fuori , escludendo il compromesso un po’ dentro e un po’ fuori. La terza è di assumere la cogestione della moneta unica sottraendola all’esclusività della Bce. Manca invece – ed è grave – qualsiasi riferimento anche indiretto alla collocazione di questa Europa del futuro nell’ambito del progetto del trattato di libero scambio euro-americano che Barack Obama, come sembra avere accennato a Sergio Mattarella, vorrebbe firmare entro la fine di quest’anno.

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