Foibe, Zecchi non dimentica e a Mattarella: "Non è corretto parlare solo di ricordo senza rancore"

10 febbraio 2016 ore 13:36, Lucia Bigozzi
“Dire ricordo senza rancore, rivela l’esistenza di una enorme dicotomia nella valutazione storica del problema legato al comunismo di Tito e dei suoi alleati comunisti italiani”.  Muove dalle parole del presidente Mattarella, l’analisi di Stefano Zecchi, docente di Estetica, nel giorno del Ricordo. Nella conversazione con Intelligonews parla anche dei suoi ricordi di bambino e svela perché ci sono tragedie di serie A e di serie B.

Il presidente Mattarella nel giorno dedicato alla tragedia delle Foibe ha parlato di “ricordo senza rancore”. Eppure ci sono altre vicende dolorose della nostra storia intrise ancora oggi di rancore, ad esempio l’antifascismo. Secondo lei c’è una dicotomia?

«C’è un’enorme dicotomia, una enorme differenza di valutazione storica del problema dovuto a un fatto molto semplice: la tragedia delle Foibe nasce ovviamente nel periodo della guerra ed è una questione non legata contestualmente al fascismo ma al comunismo, in particolare al comunismo di Tito e dei suoi alleati comunisti italiani. In secondo luogo, nello sviluppo di quella vicenda che è stato l’esodo c’è una tragedia della democrazia italiana che non ha saputo gestire questa realtà di italiani che hanno lasciato terra, lavoro, case, per rimanere italiani. E questa cosa non è stata capita fino in fondo dalla nostra cultura politica e dalla nostra cultura storica»

Lei ha dedicato due suoi libri alla tragedia delle Foibe e di questi “Quando ci batteva forte il cuore” ha un’impronta fortemente biografica: come spiegherebbe a un giovane cosa sono state le Foibe e qual è il suo messaggio nel giorno del Ricordo?

«Quel libro l’ho dedicato a mio figlio. Direi che la più grande colpa che una persona possa avere è quella di dimenticare. Rancore, non rancore… mi interessa fino a un certo punto perché c’è una dicotomia enorme ma il punto è non dimenticare e mi piace che questo libro sia stato adottato come testo in molte scuole. Ecco ai giovani direi che ricordare la storia è un insegnamento perché dimenticarla, significa dimenticare le proprie radici, le tradizioni, non sapere chi si è. E in tutto questo la scuola ha la colpa di sottovalutarne importanza»

Insisto: ma perché ci sono tragedie di serie A e tragedia di serie B?

«Quando arrivavano i nostri connazionali esuli, venivano considerati fascisti e poco di buono perché lasciavano il ‘paradiso’ comunista. Avevo sette-otto anni e ricordo ancora quando a Venezia in riva degli Schiavoni arrivava la motonave con gli esuli, persone stordite dal viaggio, impaurite, con le bandiere rosse in mano e gli esponenti del partito comunista o del sindacato li insultavano. La nostra storia è stata costruita, correttamente, nella cultura della Resistenza e penso che alcuni aspetti di questa dicotomia riguardino i problemi degli storici che hanno dato un colpo al cerchio e uno alla botte. Il punto vero è che rompere questa catena è un fatto culturale. In realtà, si vuole trovare sempre una soluzione di compromesso e di qui il concetto di non avere rancore. Invece, la soluzione sarebbe ammettere le colpe che sono state commesse dalla nostra democrazia che non ha capito cosa significa l’esodo e le Foibe. Ecco, dire che si è sbagliato e comprenderne le ragioni sarebbe un modo giusto per affrontare in modo corretto una pagina dolorosa della nostra storia».

autore / Lucia Bigozzi
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