Cattivi pensieri: la Turchia in crisi dopo il boom economico, la vulgata mediatica e alcune domande da porsi

10 giugno 2013 ore 9:45, intelligo
Cattivi pensieri: la Turchia in crisi dopo il boom economico, la vulgata mediatica e alcune domande da porsi
di Andrea Marcigliano A pensar male si fa male, diceva un vecchio saggio, però, spesso, s’indovina.  E i recenti avvenimenti in Turchia, al di là di simpatie ed antipatie di parte, decisamente spingono verso questo, purtroppo profetico, “pensar male”. Perché la concatenazione degli ultimi eventi è tale da suscitare non pochi sospetti. Vediamo un po’ di riordinare le idee. La Turchia stava, fino a ieri, conoscendo una crescita economica senza pari in tutta l’area mediterranea, al punto che tutti gli analisti parlavano, ormai, di “miracolo turco”. Per altro, anche in una delle ultimissime puntate di “Ballarò”, la trasmissione di Giovanni Floris, non più tardi di due settimane  è stato dedicato significativo spazio all’ascesa della Turchia, ed alle gradi opportunità che il paese offre agi investimenti esteri, così come alla nuova imprenditoria giovanile. Un successo significativo per il Governo Erdogan, che, sul piano della politica interna, era appena riuscito a trovare uno storico accordo con il PKK di Ocalan, il movimento indipendentista curdo, la cui guerriglia ha causato, nel tempo, più di cinquantamila morti. Accordo che ha visto il progressivo ritiro dei peshmerga del PKK nei santuari del Kurdistan irakeno, e, in parallelo, la concessione, da parte di Ankara, di un’ampia autonomia alle regioni a maggioranza curda in territorio turco. Inoltre, sul piano internazionale, Erdogan era appena riuscito a ripristinare gli ottimi rapporti con Israele, raffreddatisi in seguito al caso della Mavi Marmara, e, al contempo, aveva rafforzato l’influenza della Turchia in tutto il Maghreb e nel Medio Oriente arabo-sunnita, con una strategia che molti hanno voluto leggere come “neo-ottomana”. Unico nella crisi siriana all’angolo di casa, nella quale Ankara si trova a giocare una complessa partita strategica, appoggiando alcune frange dei ribelli, e al tempo stesso cercando di contenere l’influenza degli estremisti salafiti sponsorizzati da sauditi e Qatar. Questo fino a quindici giorni fa. Poi, una manifestazione ecologista a Istanbul è improvvisamente degenerata forse anche per un intervento troppo duro della polizia. Da lì è dilagata una protesta da quello che si sa rinfocolata anche da alcuni provvedimenti di legge poco popolari, come l’eliminazione del divieto per le donne di portare il chador negli uffici pubblici, e, soprattutto, alcune limitazioni alla vendita dei super-alcolici. Grandi manifestazioni di protesta, ancorché limitate ai tre o quattro centri urbani principali, nuove cariche della polizia, feriti, forse (ma la notizia è dubbia) anche alcuni morti. Scioperi dei sindacati, e intervento pubblico del Presidente Gul – dello stesso partito del premier Erdogan – che ha invitato le forze dell’ordine ad una maggiore moderazione. Rinuncia, infine, all’abbattimento dei 400 alberi di un parco – per costruire un centro commerciale – che avevano causato l’avvio delle proteste. E probabile revoca del provvedimento, impopolare, sui super-alcolici. Tutto risolto, dunque? Affatto, ché gli avvenimenti sono stati enfatizzati dai Media internazionali da dare l’impressione che in Turchia sia in corso una vera e propria rivoluzione, una sorta di Primavera sulla scia di quelle che hanno sconvolto il mondo arabo negli ultimi anni. E con un sistematico lavoro di potenti agenzie internazionali di (dis)informazione, Erdogan è stato presentato come un despota orientale, un fanatico islamista, un nemico della democrazia e del popolo. Glissando, naturalmente, sul fatto che la Turchia è una democrazia, Erdogan ha vinto le elezioni con ampio consenso, il suo Islam è moderato, tanto che la scommessa che sta portando avanti è quella della convivenza tra tradizioni religiose e Stato laico....insomma nulla di più lontano dal profilo di un Gheddafi o anche di un Mubarak. Eppure è stato messo in atto un sistematico killeraggio mediatico del premier turco e della sua politica, che ha trovato immediata sponda politica nelle dichiarazioni di esponenti dei paesi Ue, non nuovi, per altro, a seguire acriticamente una certa vulgata mediatica. O, per pensare ancora una volta male, a servire certi interessi finanziari. Risultato: la crescita economica della Turchia sembra aver repentinamente rallentato, e già più di un analista ha cominciato a parlare, con eccezionale tempismo, di crisi del sistema Turchia. Inoltre, l’indebolimento della posizione internazionale di Erdogan, sta favorendo in tutto il Maghreb ed il Medio Oriente, i disegni egemonici dell’Arabia Saudita. Sauditi che, non più tardi di due anni fa, hanno represso nel sangue le proteste della popolazione a maggioranza sciita del Bahrein, che schiacciano sotto il tallone le minoranze religiose, prevalentemente sciite, nel loro territorio, applicano con rigidità la versione più dura della legge islamica, discriminano, anzi segregano le donne, ricorrono sistematicamente alla pena di morte. Oltre a finanziare tutti i gruppi radicali islamici, anche quelli jihadisti e terroristi, in giro per il mondo. Senza che questo, però, susciti proteste da zelanti ministri europei, o campagne d’informazione da parte di potenti, e troppo influenti, agenzie. Come dicevamo, a pensare si fa male.... però certe volte è inevitabile. E s’indovina, purtroppo.  
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