Socci su anniversario morte Chiara Corbella ad IntelligoNews: «Sì alla cultura della vita. I cattolici diano la speranza alle persone»

10 giugno 2013 ore 15:32, Fabio Torriero
Socci su anniversario morte Chiara Corbella ad IntelligoNews: «Sì alla cultura della vita. I cattolici diano la speranza alle persone»
Sui cattolici, i media e le provocazioni dissacranti degli atei: «Il diavolo sta nascosto, ma quando esce allo scoperto, vuole che si parli di lui».   Con Antonio Socci, giornalista e scrittore cattolico, IntelligoNews, ad un anno dalla morte di Chiara Corbella (uccisa dal cancro il 13 giugno dell'anno scorso dopo che aveva deciso di rinviare le cure per poter portare a termine la terza gravidanza),  che ricorda con parole che lasciano il segno, affronta il ruolo non sempre facile tra cronaca e informazione cristiana, specialmente in risposta alle sempre più frequenti provocazioni laiciste e dissacranti, da parte di troppi esponenti  del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo (basti pensare alla finta ostensione di un profilattico durante il concerto del primo maggio scorso). Socci, giovedì sarà un anno dalla scomparsa di Chiara Corbella… «Giovedì ci sentiremo tutti coinvolti nel ricordare, appunto, non un “ricordo”, ma un esempio, un messaggio ben preciso, una testimonianza di amore». Quale messaggio? «Dare la propria vita per la vita, morire per gli altri, per un figlio, un padre, un amico». Un messaggio in controtendenza rispetto ai valori, anzi, i disvalori della società attuale…. Che normalizza aborti, mira a legalizzare droghe, giustifica lo sballo, l’evasione, la violenza, trasforma i pruriti soggettivi in diritti… «I cristiani oggi sono una minoranza, anche se le statistiche parlano di maggioranza cristiana della popolazione italiana. Oggi a prevalere, a dominare, o è una religione annacquata, una sorta di buonismo, o una religione rovesciata, quella laicista, che in superficie ha come obiettivo il piacere della vita; nella sostanza, esalta la cultura della morte, porta alla distruzione infeconda della società». Che devono fare i cattolici, dagli operatori culturali a quelli impegnati nel sociale, nella politica nel senso più nobile della parola? «I cattolici devono essere dei testimoni del positivo, con fatti e comportamenti concreti. Devono dare una speranza alle persone». I cattolici che lavorano nei media, però, hanno un problema: se ignorano certe provocazioni (quella ad esempio, del primo maggio), lasciano spazio agli altri, se intervengono, replicando, fanno il gioco di chi ha concepito la provocazione… Il diavolo sta nascosto, ma quando esce allo scoperto, vuole che tutti parlino di lui... «Sono d’accordo, comprendo anche l’esigenza di chi deve stare sul pezzo, di chi ha il dovere di ribattere, di affermare e contribuire ad una seria e serena controinformazione cattolica». E allora, come se ne esce? Cosa consiglia ai giornalisti cattolici? «Occorre distinguere tra notizia che merita di essere commentata e provocazione che lascia il tempo che trova. La via d’uscita credo possa essere qualche nota di commento, senza ingigantire troppo certe uscite, certe provocazioni. In una parola, senza cadere nella trappola del nemico, che, appunto, vuole che si parli di sé».  
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