Migranti e politiche abitative: chi e come si è arricchito del "mercato nero"

10 giugno 2015, Marco Guerra
Migranti e politiche abitative: chi e come si è arricchito del 'mercato nero'
Non c’è giorno che passa senza che vengano a galla nuovi dettagli dell’inchiesta “Mondo di Mezzo”, meglio conosciuta come Mafia Capitale, che ha scoperchiato quell’intreccio malavitoso e di corruttela tra politica, burocrazia pubblica di tutti livelli istituzionali e cooperative del terzo settore.

Una joint venture che si stava “mangiando la Capitale” come sottolineato, anche con un certo orgoglio, dagli stessi protagonisti della vicenda finiti nelle intercettazioni. Non è un caso però che l’affare più redditizio finito nel mirino delle diverse trance dell’inchiesta resta sempre la gestione dei flussi dei migranti e delle strutture di accoglienza a loro dedicate. Un business che lo stesso “ras delle coop”, Buzzi definiva “più redditizio della droga”.  

E’ ormai noto infatti che parte dei 35 euro al giorno per il vitto e l’alloggio del migrante finivano equamente distribuiti tra i titolari delle cooperative che gestivano l’accoglienza, funzionari della pubblica amministrazione e politici di ogni schieramento.
Ma lo scandalo affonda le sue radici nelle pieghe dello stesso progetto concepito dal ministero dell’Interno per l’accoglienza dei migranti: lo Sprar, Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.

In pratica con le risorse messe a disposizione dal Viminale vengono finanziati molti progetti degli enti locali destinati all’accoglienza per i richiedenti asilo, rifugiati e destinatari di protezione sussidiaria. Come riporta il sito del ministero, il Sistema di protezione è caratterizzato da: il carattere pubblico delle risorse messe a disposizione e dagli enti responsabili dell’accoglienza, e dal governo centrale secondo una logica di governance multilivello; la partecipazione volontaria degli enti locali alla rete dei progetti di accoglienza; politiche sinergiche sul territorio con i soggetti del terzo settore (leggi cooperative) che contribuiscono in maniera essenziale alla realizzazione degli interventi.

Tutto questo circo ha visto, di anno in anno, l’aumento dei posti e quindi dei fondi messi a disposizione per far fronte all’emergenza sbarchi nel Mediterraneo, letteralmente esplosa dopo la caduta del regime di Gheddafi in Libia. Parallelamente, in questi ultimi 10 anni, i vari governi che si sono succeduti hanno contribuito ad assottigliare il Fondo Nazionale per il sostegno all’affitto, con le conseguenti difficoltà da parte dei comuni ad erogare il buono casa verso coloro che legittimamente sono presenti nelle graduatorie per l’emergenza abitativa, come denunciato più dai sindacati degli inquilini. 

Questo fino al 2012 quando il Fondo è stato completamento azzerato. Tuttavia nel maggio del 2014 il ministero delle Infrastrutture è tornato a stanziare il sostegno all’affitto con 100 milioni per il biennio 2014-2015.  Un cifra sicuramente non adeguata se si considera che stiamo parlando di un Fondo per tutto il territorio nazionale e che solo a Roma il Comune nel 2014 ha investito 8 milioni di euro, il 30% in più dell’anno precedente, per la sussistenza dei campi rom.

Emblematiche anche le cifre evidenziate dal rapporto dell’associazione 21 Luglio “Campi Nomadi Spa”, secondo il quale il Comune di Roma ha speso 86 milioni di euro in 7 anni, a partire dal 2011, per l’accoglienza di appena 7.877 persone distribuite tra gli 8 campi autorizzati.

Sempre nella sola Capitale, la Prefettura (che aveva investito 10 milioni tra maggio e dicembre 2014) ha triplicato le spese con l’ultimo bando da 27 milioni di euro per l’accoglienza dei richiedenti asilo, nell’ambito del progetto Sprar.
Ma perché tutti questi fondi dedicati all’accoglienza di poche migliaia di persone mentre si elargiscono risorse con il contagocce per centinaia di migliaia di italiani che non possono permettersi l’acquisto di un alloggio in cui vivere e mettere su famiglia?

La risposta risiede nel fatto che la gestione emergenziale relativa all’arrivo del migrante consente una gestione più semplice e immediata delle risorse, senza grandi programmazioni e piani di nuova edilizia. Consente quindi di distribuire in tempi brevi grandi somme di denaro pubblico a tanti piccoli soggetti che operano sul territorio.

C’è poi da considerare che i minori stranieri non accompagnati, i campi rom e l’emergenza alloggiativa non sono situazioni programmabili, così vengono affrontate con delle spese fuori bilancio. Non è un caso infatti che il 70% dei debiti fuori bilancio del Comune di Roma (per un totale di 170 milioni di euro) sia legato alle politiche sociali.

Fermo restando che non può essere eliminata l’assistenza per coloro che davvero hanno diritto allo status di rifugiato, viene da chiedersi perché in questi ultimi 20 anni è mancato un impegno strutturale dello Stato con un finanziamento fisso per l’edilizia residenziale pubblica rivolta a tutti i cittadini in stato di necessità.

Con la soppressione, nel 1998, del fondo Gescal per la costruzione e l’assegnazione di case ai lavoratori, non sono più stati programmati grandi piani di edilizia sovvenzionata. Il finanziamento derivava dai prelievi effettuati direttamente sulle retribuzioni di dipendenti pubblici e privati pari allo 0,35%, mentre le imprese dovevano versare lo 0,70%. Ecco, ora questo modello potrebbe essere riproposto per garantire un nuovo flusso costante di risorse per l’edilizia sociale.

Un esempio interessante, in questi ultimi anni, è stata la proposta della Regione Lazio, che voleva prelevare un 5% dalle tasse automobilistiche regionali per la costruzione di nuovi alloggi popolari.  Almeno, al continuo aumento della pressione fiscale, il cittadino potrebbe anche vedere un miglioramento dei servizi e della prestazioni sociali legati alle politiche abitative.
Infine, va citata anche l’esperienza della Regione Sicilia che sta consegnando decine di immobili confiscati alla mafia alle famiglie in graduatoria per un alloggio pubblico. Una soluzione da esportare a Roma e in altre grandi città, dove spesso i grandi patrimoni confiscati alla criminalità restano inutilizzati.

Insomma, le soluzioni per garantire un flusso di risorse costante alle politiche abitative sono a portata di mano, al momento però manca la volontà politica troppo spesso “distratta” dalla gestione emergenziale.  

autore / Marco Guerra
Marco Guerra
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