Brexit: chi guadagna e chi perde dall’uscita di Regno Unito da Ue

10 giugno 2016 ore 11:47, Luca Lippi
La sindrome da Brexit cresce, del resto la data del referendum è piuttosto vicina, oltretutto l’esito si farebbe sempre più incerto giacché le percentuali di scelta si equivalgono. Quello che desta maggiormente la curiosità, ma soprattutto fa emergere qualche timore ai mercati, sono le conseguenze reali di una o dell’altra opzione di scelta nelle matite dei britannici.
A tale proposito Standard & Poor's ha operato uno studio, invero non l’unico, dal quale come prima curiosità, emerge un nuovo Indice di valutazione, esattamente il Bsi (Brexit Sensitivity Index), il che fa venire alla mente la meno nobile consapevolezza che la finanza sta diventando troppo “creativa”.
Detto questo, chi guadagna e chi perde dall'uscita della Gran Bretagna dall'Ue? Andiamo ad analizzare il risultato della ricerca/studio effettuata da S&P alla luce del nuovo indice (il Bsi) che misura le esportazioni di beni e servizi di venti Paesi verso la Gran Bretagna, in rapporto al Pil dei Paesi stessi, i flussi migratori in entrambi i sensi, i diritti finanziari sulle controparti UK e gli investimenti diretti.

Brexit: chi guadagna e chi perde dall’uscita di Regno Unito da Ue

La prima evidenza è che a subire il contraccolpo maggiore sarebbero le economie dei centri finanziari aperti (eufemismo per identificare Paesi a “fiscalità agevolata”) come Irlanda, Malta, Lussemburgo, Cipro e la Svizzera, che con la Gran Bretagna hanno stretti rapporti finanziari.
Cosa diversa invece, sempre secondo S&P sarebbe il contraccolpo dei Paesi europei che subirebbero un impatto piuttosto limitato in caso di voto positivo al referendum del 23 giugno. Tra questi il più esposto, dice S&P, è la Spagna, "che ha una larga esposizione finanziaria e in termini di investimenti diretti nei confronti del Regno Unito, specie attraverso le sue grandi sussidiarie bancarie retail e le telecomunicazioni".
Riguardo l’Italia, questa è nella zona bassa della lista con esportazioni pari all'1,6% del Pil nei confronti della Gran Bretagna, il 13,2%, sempre rispetto al Pil, di diritti finanziari, solo lo 0,6% per quanto riguarda gli investimenti diretti, e uno 0,5% per quanto riguarda le migrazioni (in un senso e nell'altro) rispetto alla popolazione. L'Irlanda, per farsi un'idea è al 17,5% per quanto riguarda questo dato.
Questa in assoluto è solo la risultanza che emerge in superficie dopo un’attenta ma non del tutto provata scientificamente metodologia di valutazione. Infatti, secondo quanto rilevato fino ad ora, l’Italia dovrebbe “stare serena”, ma nei fatti non sarebbe così (il condizionale è sempre d’obbligo in questi casi).
La critica emerge dagli stessi analisti di S&P i quali precisano in calce allo studio, non si tiene conto delle possibili ripercussioni politiche e sui mercati.
E, notano gli analisti, con un deficit del 5,2% rispetto al Pil, pari a 148 miliardi di dollari, un'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea qualche squilibrio lo provocherebbe, e anche bello grosso: "Un rapido distendimento di uno squilibrio esterno di queste dimensioni, insieme alla volatilità sulla moneta, non potrebbe non avere conseguenze sui principali partner commerciali del Regno Unito e sui suoi creditori".
L’unico dato certo che emerge, però, e che non è del tutto sottovalutabile, è che la Gran Bretagna in caso di uscita, dopo un lieve contraccolpo iniziale ha solo da guadagnarci, e non è populismo. 

autore / Luca Lippi
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