Padre Elia Giacobbe: “Sindone, nessuno può esibire le credenziali di Cristo”

10 giugno 2016 ore 14:25, intelligo
di Padre Elia Giacobbe 

La Sindone una superstizione mortale, un’ “exitialis superstitio”, come recitava l’epinicio di Tacito sul cristianesimo appena nato, o un mistero divino? Accennando fugacemente ai miracoli, dicevamo che sarebbe stato ingiusto, perché lacunoso, fermarsi ai soli strepitosi operati da Gesù Cristo durante la sua vita terrena. Abbiamo infatti osservato che Dio è, se opera. Dunque dobbiamo vagliare la singolarità e la verità della sua Persona anche nei segni e nelle opere che ha compiuto dopo la morte, perché soltanto chi è vivo può continuare a operare. Se riflettete, anche in questo Cristo è unico: parliamo della sua morte e siamo trascinati nel mistero della vita eterna, che egli ha inaugurato proprio con la sua morte.

Da secoli la Chiesa proclama solennemente questo mistero nella liturgia della domenica di Pasqua con la sequenza attribuita a Wipo di Burgundia (sacerdote  † 1050): «Alla vittima pasquale, s’innalzi oggi il sacrificio di lode. L’agnello ha redento il suo gregge, l’Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre. Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa. «Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?». «La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti. Cristo, mia speranza, è risorto; e vi precede in Galilea ».
«Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. «Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza».

Padre Elia Giacobbe: “Sindone, nessuno può esibire le credenziali di Cristo”
Pur consapevoli che «vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una … il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere»
(Gv 21,25), non possiamo non accennare almeno alla Sindone e ai miracoli eucaristici, che confermano la divinità del nostro Redentore. Il telo. Dal 1694 la sindone è custodita a Torino nella cappella costruita   per conservarla e detta del Guarini, in onore del matematico e frate teatino Guarino Guarini, che alla fine del XVII secolo ne disegnò in ginocchio la bellissima cupola, considerata una delle creazioni più alte del barocco europeo. Mentre i ladroni venivano sepolti senza un lenzuolo in una tomba comune, l’uomo della Sindone, alto circa m.1,80, con capelli lunghi, barba bipartita e baffi, è stato avvolto in un pezzo unico di tela (sindone) pregiata di lino filato a spina di pesce, nel I secolo probabilmente in Palestina. Su questo telo Egli, risorgendo, ha misteriosamente impresso la sua immagine frontale e dorsale. Questo illustre personaggio sindonico ha ricevuto la sepoltura di un Re, dopo aver subito una violentissima fustigazione con il terribile flagrum, aver riportato ferite sul polso sinistro, sui piedi e sulla parte destra del petto ed essere stato crocifisso. 

Per comprendere l’immagine formatasi misteriosamente su questo telo lungo m. 4,41 e largo m.1,13 sono state effettuate le più moderne e tecnologiche indagini scientifiche, alle quali qui possiamo solo accennare, rimandando alla vastissima letteratura sbocciata dalla nascita di una nuova scienza, la sindonologia, appunto, che comprende discipline scientifiche diverse che, in modo autonomo e complementare, non cessano di indagare quest’enigmatico oggetto sul quale sono stati anche riscontrati cristalli di un tipo di carbonato di calcio, l’aragonite, con impurezze simili a quelle dell’aragonite rinvenuta nelle grotte di Gerusalemme, oltre a sostanze come l’aloe e la mirra, le spezie funebri profumate usate dagli ebrei nel primo secolo e offerte da Nicodemo  (Gv 19,39)  in una quantità enorme di “circa cento libbre”, pari a 32 chili e 700 grammi, sotto forma di “oli aromatici”, di cui una parte fu versata sulla pietra sepolcrale per preparare un “letto” di profumi al corpo martoriato di Cristo, un’altra parte servì per  ungere le pareti interne della tomba e il rimanente fu versato sulla Sindone. Su di essa il criminologo di Zurigo Max Frei ha anche scoperto moltissimi pollini assenti in Europa e tipici della Palestina. 

Ne sono stati identificati ben 77 provenienti da diversi tipi di piante, tre quarti delle quali non esistono in Europa e 13 delle quali sono tipiche ed esclusive del deserto intorno a Gerusalemme. Avinoam Danin, un botanico ebreo dell’università di Gerusalemme, usando un archivio di più di 90.000 siti di distribuzione delle piante, ha verificato che i pollini identificati sulla Sindone appartengono a piante che crescono in un raggio di 20 chilometri intorno a Gerusalemme. La formazione dell’immagine è dovuta alla degradazione per disidratazione e ossidazione delle piccolissime ‘fibrille’ superficiali del lino ed è paragonabile ad un negativo fotografico; che il 25 maggio 1898 lasciò sbalordito l’avvocato Secondo Pia impegnato a sviluppare la prima fotografia ufficiale della Sindone. Il telo presenta delle caratteristiche particolari e affascinati tanto che dall’8 al 13 ottobre del 1978 un nutrito gruppo di 40 scienziati, con competenze specifiche in vari settori della fisica e della chimica, costituì lo Shroud of Turin Research Project (STURP) per esaminarlo a fondo con i più sofisticati strumenti della scienza. Le conclusioni di questo studio, pubblicate ufficialmente nel 1981, furono clamorose.

Il colore giallognolo dell’immagine è superficialissimo (interessando soltanto il guscio cellulare esterno della fibrilla più esterna), dettagliato e termicamente e chimicamente stabile, cioè non si dissolve, non si scolorisce, non viene eliminato né con il calore, né con l’acqua, né cambia con la maggioranza degli agenti chimici. L’immagine – che è superficiale e spessa tra i 20 e i 40 micron ed è presente soltanto sulla parte del lenzuolo a contatto con il corpo – non è composta di pigmenti coloranti (se vi fossero, sarebbero penetrati in profondità per il fenomeno della capillarità, mentre il colore giallognolo delle fibrille – non delle fibre – non è stato assorbito nel tessuto) ed è priva della direzionalità, che invece caratterizza le pennellate di ogni pittore. Essa quindi non è stata prodotta con mezzi artificiali (pittura o stampa) e non è il risultato di una strinatura prodotta con un bassorilievo riscaldato. L’analisi scientifica ha confermato la convinzione dei Bizantini che, dopo averla esaminata scrupolosamente, la definirono un’immagine acheropita, non fatta cioè “da mani d’uomo”. L’immagine è tridimensionale e si è formata anche laddove il corpo non ha toccato direttamente il telo sindonico, come nell’angolo fra il naso e gli occhi e nella regione posteriore delle ginocchia, che non potevano toccare il telo disteso essendo flesse a causa del rigor mortis. I chiaroscuri dell’immagine sono inversamente proporzionali alle diverse distanze fra il corpo e il telo e rispecchiano la tridimensionalità del corpo, permettendoci di ricostruirlo.

L’immagine manca di contorni netti e per vederla è necessaria una distanza di almeno due metri, mentre occorre arretrare fino a cinque o sei metri per individuarne particolari più numerosi. Il che esclude da solo qualsiasi artificio pittorico: nessuno può dipingere il soggetto che non vede! Da vicino si vedono bene soltanto le macchie di sangue e le tracce della flagellazione. Sotto le macchie di sangue non c’è l’immagine del corpo, perché si è formata dopo che il sangue ha schermato la superficie sottostante del telo. 

Come un cadavere abbia potuto imprimere sul lenzuolo la propria immagine fotografica rimane un mistero, che le numerose teorie proposte e i molti tentativi sperimentali effettuati non riescono a sciogliere. La scienza si trova di fronte a un fenomeno unico e tuttora “inspiegabile” e “non riproducibile”, in quanto ha caratteristiche fisico-chimiche uniche.

“Ogni tentativo di imitazione del Lenzuolo si è rivelato, anche solo a un’analisi superficiale, un fiasco clamoroso”. A dichiararlo non è qualche clericale conservatore, ma un’indiscussa autorità scientifica, Alessandro Paolo Bramanti, autore di “Sacra Sindone. Un mistero tra scienza e fede” e ingegnere elettronico e ricercatore per una multinazionale dell’elettronica nel campo delle nanotecnologie, oltre che autore di numerose pubblicazioni su riviste internazionali e inventore o co-inventore di brevetti internazionali. Egli è rimasto così colpito da questo enigmatico reperto che non ha esitato a irridere gli intellettualoidi del partito preso: “Comunque è molto interessante osservare l’accanimento di questi scettici. Deridono la credulità di chi ritiene la Sindone autentica, ma poi sprecano così tanto tempo e risorse nel cercare di fabbricarne una uguale, proprio per dimostrare che è falsa! Si direbbe che nel profondo siano rosi da un dubbio”. 

Il dottor Accetta ha ipotizzato che al momento della resurrezione all’interno del corpo di Cristo si è sprigionata l’energia che ha formato l’immagine sindonica e ha condotto un esperimento su se stesso, ottenendo delle immagini molto simili. Egli si è iniettato in vena una soluzione di difosfato di metilene contenente un marcatore, il tecnezio-99m. Questo isotopo radioattivo decade rapidamente, mentre ogni suo atomo emette un unico raggio gamma che viene rilevato da una apposita apparecchiatura. Questo test lambisce l’enigma di quell’impronta che fa risuonare nei credenti l’annuncio radioso degli angeli: “il Crocifisso è Risorto!” (Mt 28,5)
Sangue. I prelievi e i rilevamenti fatti dagli scienziati dello STURP e soprattutto gli studi di Alan D. Adler hanno accertato che il telo sindonico è bagnato da sangue umano maschile ricco di bilirubina e dei prodotti della sua degradazione, tipico di una persona che ha sofferto molteplici traumi, come Gesù. La presenza di bilirubina rilevabile a distanza di due millenni mostra che l’Uomo della Sindone ha patito condizioni fisio-patologiche compatibili con le sofferenze subite da Gesù, per cui i globuli rossi hanno lasciato maggiori quantità di emoglobina a seguito di fatti emorragici, riassorbimento di ematomi o emorragie interne.

Il gruppo sanguigno è di tipo AB, il meno comune, appartenendo soltanto al cinque per cento della popolazione mondiale. Questa scoperta ha inquietato e fatto esultare molti, che subito l’hanno collegata al celeberrimo miracolo eucaristico di Lanciano dove, nell’ottavo secolo, un monaco basiliano che celebrava nella chiesa di san Legonziano dubitando della presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche, vide confuso, al momento della consacrazione, l’ostia trasformarsi in carne e il vino in sangue. Queste reliquie affidate nel 1970 all’esame dell’illustre Prof. Odoardo Linoli, docente di anatomia ed istologia patologica e di chimica e microscopia clinica all’università di Siena, si sono rivelate vera carne del tessuto miocardico di un cuore umano, tuttora misteriosamente incorrotto, e autentico sangue umano del gruppo AB.

Non meno meravigliose sono le corrispondenze tra la tela sindonica e quello che la tradizione definisce il Santo Sudario o Sagrado Rostro o Santo Volto, conservato in Ispagna nella Cattedrale di Oviedo, dove giunse dall’Africa settentrionale nel IX secolo, in un’Arca Santa di legno con altre reliquie. Si tratta di una tela di 83 x 52 cm, che presenta numerose macchie di sangue simmetriche, passate da una parte all’altra mentre era piegata in due. Il sangue è di tipo AB, lo stesso trovato sulla Sindone, e il DNA dei due reperti (reliquie) presenta un profilo genetico simile. Casualità? Ma non ci sono altri esempi di tante casualità sotto il sole.
Né Confucio, né Budda, né Abramo, né Mosè, né Maometto possono esibire le credenziali di Cristo né vantare un simile miracolo, che non cessa di provocare e di impegnare l’attenzione del modo accademico.

Non possiamo però concludere senza considerare lo scandalo del C14.
autore / intelligo
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