Grexit non ci sarà, la vera partita è tra Obama e la Merkel

10 luglio 2015, Luca Lippi
Grexit non ci sarà, la vera partita è tra Obama e la Merkel
Per tutta la settimana il dibattito è stato sulla Grecia, poi si è allargato alla sovranità, poi alle domande sul Grexit. Operatori specializzati affermano che la Borsa ci sta già dicendo che non ci sarà nessun Grexit, noi continuiamo a ripetere che la Borsa sta solo valutando le mosse di Draghi ed è tanto più serena quanto più Draghi decide di fare il banchiere e continuare a sussidiare le banche, anche quelle elleniche.

Ogni discussione è utile a se stessa, le decisioni sono state già prese da gennaio scorso, non è uno scoop della “Civetta” è semplice competenza di chi mangia pane e Borsa da tutta una vita, basta guardare la Borsa e poi le notizie, mai il contrario perché non esiste nessuno in grado di arrivare prima del mercato sulla “conclusione reale delle questioni”. Spesso non si riesce a rendersene conto perché il mercato arriva “molto” prima di chiunque, se poi si aggiunge l’incompetenza della maggior parte degli individui, che per sopravvivere devono maturare altre competenze, ecco che il gioco è fatto e gran parte dei media fanno il resto.

Intanto dipaniamo la prima questione incompresa: i Paesi membri non hanno perso mai la sovranità, semplicemente non l’hanno mai avuta. E se proprio dobbiamo essere leali con noi stessi, dobbiamo dire che è l’Europa la prima ad avere perso la sovranità su se stessa. Questo è accaduto nel 1945 quando ogni decisione relativa a questioni comunitarie e disegni di federazione europea si sono potuti “abbozzare” con l’avallo di Washington e Londra che da sempre conservano l’ultima parola sulle questioni europee in materia economica e politica estera.

Quindi, riguardo la questione greca, il braccio di ferro non è fra l’Europarlamento e Syriza, magari! Il braccio di ferro si sta consumando fra Stati Uniti e Germania, perché non è neanche vero che l’Europa sia “germanizzata”, l’Europa è “germanocentrica” perché la Germania è di fatto una "colonia" statunitense dal bombardamento a tappeto di Berlino in poi.

Ecco dunque che da Washington arrivano ormai grida di rimprovero per “obbligare” Atene e Berlino a scendere a compromessi “prima di subito” e perché la gestione della questione è stata insoddisfacente, e con buona pace della “democrazia capitalista” la Merkel non ha perduto la testa solo perché ancora non si è trovata un’alternativa “apparentemente autorevole” e anche “sottomissibile”.

Gli americani esercitando forti pressioni per evitare che Atene sfugga alle maglie della UE e della Nato, perché la dinamica di "egemonia angloamericana" sull’Europa è viva, e lotta insieme a noi ogni minuto del giorno e della notte.

Passiamo ad analizzare la funzione di Alexis Tsipras: in tutta la questione (siamo tutti pedine su una scacchiera, inutile illudersi). Alexis Tsipras è troppo giovane per essere un consumato politico capace di trattare e negoziare con “vecchie volpi” senza essere sbranato. E’ sopravvissuto esclusivamente perché è sostenuto dal disegno angloamericano di scardinare l’eccesso di austerità propugnato dalla Germania, che sta portando la moneta unica al collasso dopo anni di recessione nell’europeriferia.

Gli Usa non contestano le politiche di austerità, vicino a Tsipras sono stati collocati due ministri delle finanze (Varoufakis prima e Tsakalotos ora) che di greco hanno poco soprattutto riguardo la formazione tecnico professionale (in sostanza sono più americani che greci), nei fatti gli Usa contestano la “dose eccessiva” di austerità che sta portando a una crisi irreversibile l’Eurozona.

Ecco che Tsipras è utilissimo agli Usa per contrastare la Germania e creare più di qualche imbarazzo ai tedeschi che si trovano spaesati di fronte a tanta protervia greca. Pensate solo quanto sarebbe disposto a pagare Matteo Renzi per essere al posto di Tsipras in questo momento che è l’emblema del coraggio mentre lui finora ha fatto la figura dell’agnello. Tuttavia è utile ricordare che Tsipras esiste perché Washington lo protegge (fin quando è utile).

Già prima del referendum del 5 luglio, il Fmi si è sbilanciato a favore di Tsipras nella sua contesa con i creditori europei: il 2 luglio, con un tempismo per nulla casuale, il fondo con sede a Washington rende pubblico un rapporto dove si giudica insostenibile il debito pubblico greco e se ne chiede uno “riscadenziamento” accompagnato da ulteriori 50 miliardi di aiuti. Non solo, quindi l’istituzione americana evita di dichiarare il default tecnico di Atene dopo il mancato rimborso della tranche il 30 giugno, ma esorta i creditori europei affinché alleggeriscano le loro pretese creditizie: è grazie all’assist del Fmi che Tsipras avanza nuove richieste per un alleggerimento del fardello debitorio, chiedendo, in base alle indiscrezioni che precedono l’inconcludente Eurogruppo del 7 luglio, il taglio del 30% del debito ed un piano di finanziamento dalla durata ventennale.

E credete che questo le Borse lo abbiano saputo il 7 luglio? 

Il Financial Times (organo di stampa autorevolissimo dell’establishment finanziario europeo) da mesi lancia messaggi subliminali alle presidenze del consiglio europee (soprattutto alla cancelleria tedesca) ammonendo sulla posta in gioco. Nonostante tutto hanno mandato a referendum Tsipras, ovvio che adesso è dovuta scendere in campo direttamente la stampa rappresentativa della finanza statunitense (il New York Times) e pubblica un editoriale non firmato “For Europe’s Sake, Keep Greece in the Eurozone” dove, in sintesi, lancia un appello/ammonimento alla Germania affinché eviti l’uscita dall’euro della Grecia, membro della UE nonché della NATO. Si facciano carico la Germania ed i creditori europei del debito greco, scrive il giornale, perché le conseguenze del Grexit sarebbero un terremoto dei mercati finanziari mondiali e l’incrinatura dell’intera eurozona. 

Per chiarezza riportiamo il passaggio in originale “Ms. Merkel, the most powerful political leader in Europe, now has to decide whether she is willing to risk the stability of the European Union, consign Greece to economic depression and threaten global financial markets, or do the rational thing at this critical moment.(…) A Greek exit would also do untold damage to the credibility of the euro and the European project by making clear that any country’s membership in the Eurozone could be revoked (…) Yes, Greek officials past and present are responsible for many of their country’s problems. But European leaders have made the crisis worse by their mismanagement. Now it’s incumbent on them to end the threat to the Eurozone by saving a small, paralyzed country”.

In conclusione, il vero problema non è la Grecia. Il problema è da mesi la Germania, e più nello specifico la Merkel che, politicamente, ha salva la testa solo perché è riuscita a convincere i Paesi membri a inutili e perniciose sanzioni verso la Russia di Putin. Riguardo il resto, un eccesso di protagonismo della Merkel e cortigiani nella crisi greca sta ora polarizzando le opinioni pubbliche degli altri Paesi europei contro il governo di Berlino, mettendo a repentaglio l’integrazione europea.

La conferma di questo è la telefonata diretta di Obama alla Merkel; il presidente americano esprime il convincimento che la Grecia debba rimanere ad ogni costo nell’euro, schierandosi così apertamente a fianco del “marxista” Tsipras contro i falchi teutonici che, specialmente dopo il referendum del 5 luglio, citano con sempre maggiore frequenza l’evenienza che Atene sia espulsa dall’euro. Tuttavia c’è da considerare che la credibilità degli Usa è ai minimi storici, negli ultimi 15 anni hanno prodotto più danni della grandine soprattutto con i QE che provocano bolle speculative sparse in tutti i mercati del mondo, e questo mette a rischio il potere di imporsi sull’Europa.

L’indebolimento dell’influenza angloamericana si evidenzia con i focolai ormai alle porte della periferia europea (Nord Africa e Levante con l’ISIS e nell’Est europeo con la crisi ucraina), dunque l’unica possibilità di agire è quella di incendiare questi scenari con lo scopo di rendere impermeabile l’Europa non riuscendo più a incidere direttamente nelle capitali europee. Le telefonate, i continui rovesciamenti di fronte da parte del Fmi, sono il tentativo di arrestare le forze centrifughe all’interno dell’Europa.

In tutto questo Putin sta solamente aspettando che la strategia americana fallisca per inserirsi fra le crepe formatesi fra la Grecia e la troika (il danno di quest’ultima è evidente). Il ruolo della Grecia è di una potenza contrattuale insperabile per chiunque. A costo di salvarla di nascosto gli Stati Uniti sono pronti ad intervenire direttamente, la Grecia deve solo gestire i tempi per non perdere l’appuntamento con Putin che non vuole passare come la ruota di scorta di una pulce.

Un fatto è certo, e questo Tsipras deve considerarlo bene: se fosse “Grexit” l’onda d’urto per il popolo greco sarebbe talmente devastante (forze speculative) che nessuno è in grado di stabilire se riuscirà ad arrivare indenne alla sponda russa. Anche questo la Borse lo hanno calcolato con precisione e quindi “scommettono” da gennaio sulla permanenza della Grecia nella Nato prima ancora che nell’Europa. 

La Borsa è una grande “sala scommesse” col privilegio di sapere in anticipo quello che gli investitori non possono sapere (non tutti) ma sempre di scommessa si tratta. Non crediamo che la secolare “perizia” dei Mercati venga meno proprio ora! E infatti Tsipras rimane con noi per il momento: possiamo andare serenamente al mare.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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