Francesco in Bolivia, dal crocifisso comunista al "no" al nuovo colonialismo

10 luglio 2015, Americo Mascarucci
Francesco in Bolivia, dal crocifisso comunista al 'no' al nuovo colonialismo
Per Papa Francesco denunciare i sistemi di governo dell’economia globale è ormai diventata normale routine, ma proprio nel momento in cui più si avverte il peso asfissiante della finanza internazionale sui destini dei popoli, certe denunciano inevitabilmente non possono non risultare ancora più efficaci

Francesco in Bolivia, nel corso della sua visita nei Paesi dell’America Latina, ha partecipato al II Incontro mondiale dei movimenti popolari e da qui ha lanciato il suo grido d’allarme: "Abbiamo bisogno e vogliamo un cambiamento, in un mondo pieno di guerre e di persone senza diritti. Il primo compito - ha quindi aggiunto il Pontefice - è mettere l'economia al servizio dei popoli: gli esseri umani e la natura non devono essere al servizio del dio denaro. Diciamo no a una economia di esclusione in cui il denaro domina invece di servire". 

La parola d’ordine sembrerebbe essere "No a nuovo colonialismo", in un continente che in passato ha provato sulla propria pelle gli effetti delle colonizzazioni europee.

"Nostro compito è unire i popoli nel cammino della pace e della giustizia – ha ricordato il Papa - I popoli vogliono essere artefici del proprio destino, percorrere in pace la propria marcia verso la giustizia. Attenzione a interessi che distruggono il creato" - Per il Pontefice inoltre "non si può consentire che certi interessi, che sono globali ma non universali si impongano, sottomettano gli Stati e le organizzazioni internazionali e continuino a distruggere il creato. Compito di tutti, forse il più importante, è difendere la nostra madre Terra". Insomma, ancora una volta dal Papa è partito l’attacco ai nuovi idoli della società contemporanea, ad iniziare dal dio denaro e da quella concezione liberista che ha favorito la supremazia del profitto rispetto alla dignità umana, alla difesa dei diritti e al benessere dei popoli. Un appello quello di Francesco certamente condivisibile nel momento in cui gli Stati sono schiacciati dal peso sempre più opprimente delle oligarchie finanziarie e l’economia, anziché uno strumento per sfamare la gente, produrre lavoro e dunque sviluppo, diventa funzionale agli interessi della finanza (la grande denuncia dello scrittore Ezra Pound ideologo di riferimento della destra sociale”. 

Tuttavia non sono mancati seri imbarazzi per Francesco al suo arrivo in Bolivia. Appena sceso dall’aereo il Pontefice ha abbracciato il presidente boliviano Evo Morales che gli ha messo al collo un "chuspa", medaglione tradizionale contenente foglie di coca che si usa masticare o utilizzare per il thè, e gli ha donato un particolare crocifisso nel quale l'asse verticale della Croce è l'impugnatura di una falce e martello. 

Un riferimento chiaramente evidente a quella continuità fra cristianesimo e marxismo che è stata il sale della tanto contestata “Teologia della Liberazione” che proprio da quelle parti ebbe vastissima eco. 

Naturalmente non sono mancate le critiche, alle quali però ha risposto il governo boliviano. "Questa croce ha un significato molto profondo" ha detto la ministra della Comunicazione, Marianela Paco: "E' stato realizzato a mano da un rivoluzionario, il sacerdote gesuita Luis Espinal Camps, identifica la gente umile, operai e contadini, popolo di Dio". Espinal Camps fu torturato e ucciso dai paramilitari a La Paz nel 1980 per aver denunciato la violenza politica nel Paese.

Tuttavia quel crocefisso resta un’offesa perché, al di là delle buone intenzioni, mischia cristianesimo e marxismo, due dottrine che sebbene in America Latina abbiano trovato coniugazione nella difesa dei poveri e nella lotta alle dittature militari, sono state sempre in guerra fra loro. Il comunismo, l’ideologia identificata dalla falce e martello, ha infatti sempre perseguitato la Chiesa, vietando o nel migliore dei casi limitando la libertà di culto e trattando i preti che si sono opposti ai regimi totalitari di stampo marxista non diversamente da come i militari boliviani hanno trattato Espinal Camps. 

Quindi non vi può essere alcuna continuità né ideale, né politica fra la croce di Cristo e il simbolo comunista. Non a caso anche Bergoglio da vescovo e da cardinale si è opposto alla Teologia della Liberazione, contestandone le derive filo marxiste e soprattutto certe commistioni con la lotta armata.
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