Non fallisce il Qe di Mario Draghi, ma l’incapacità dei governanti

10 marzo 2016 ore 12:44, Luca Lippi
Il “quantitative easing”(QE) è stato annunciato il 22 gennaio del 2015, riscuotendo l’entusiasmo quasi unanime dei mercati, come se si trattasse della panacea di tutti i mali dell’Eurozona. Iniziò ad essere attuato dalla seconda settimana di marzo, finendo per essere potenziato a dicembre, quando la sua scadenza venne prorogata di 6 mesi al marzo del 2017, mentre veniva ampliata indirettamente anche l’entità dei titoli di stato acquistabili, grazie al taglio dei tassi overnight di 10 punti base al -0,3%. Purtroppo ed è l’evidenza dei fatti, se il Qe avesse ottenuto i risultati previsti non ci sarebbe stato bisogno di alimentare aspettative per la riunione di oggi della Bce e soprattutto le dichiarazioni delle settimane scorse da parte delle istituzioni transnazionali sulla situazione del debito globale sarebbero state decisamente più distensive. Dunque assodato che gli stimoli non hanno sortito l’effetto desiderato proviamo a individuarne il motivo.

Non fallisce il Qe di Mario Draghi, ma l’incapacità dei governanti
Da un anno esatto, la BCE acquista titoli di stato, Abs e “covered bond” e finora lo ha fatto per 720 miliardi di euro, qualcosa come il 7% del Pil dell’unione monetaria. A fronte di tali interventi senza precedenti, l’indice Eurostoxx 50, che rappresenta l’andamento dei principali titoli delle società dell’Eurozona, è diminuito da allora del 15%, nonostante tanta liquidità avrebbe dovuto sostenere i corsi azionari e obbligazionari.
L’inflazione è tornata sotto lo zero a febbraio nell’area, segnando un -0,2%, che pur essendo inferiore al -0,6% del gennaio 2015, prima del varo del QE, dimostra come i prezzi nell’Eurozona seguano più l’andamento delle quotazioni delle materie prime e quello dell’economia in generale, che le misure attuate da Francoforte. 
Per maggior chiarezza: la risalita dell’inflazione sopra lo zero si ebbe fino all’estate scorsa, in coincidenza con il recupero del prezzo del greggio, balzato del 40% dai minimi toccati a inizio 2015. Ma nei mesi successivi già tornava in prossimità dello zero, risentendo del calo dell’oro nero. È ovvio che la Bce non ha come obiettivo quello di sostenere l’economia, ma garantire la stabilità dei prezzi, dunque il pil è cresciuto nell’Eurozona dell’1,6% nel 2015, il primo anno di attuazione del QE, in accelerazione dal +0,9% del 2014, ma questo solo perché la crescita dell’intera UE passava dall’1,4% all’1,9%, restando pur sempre superiore a quella della sola Area Euro, anche se le distanze si riducevano di uno 0,2%. Quindi non esiste nessun legame col Qe di Mario Draghi.
lOcse ha già detto che si dovrebbe registrare una frenata della crescita al +1,4%, ritoccando le stime al ribasso dello 0,4%, questo a causa della discesa del settore manifatturiero che a febbraio è scesa ai minimi dal mese di giugno del 2013.
Anche la Cgia di Mestre boccia la politica monetaria ultra-accomodante di Draghi, perché se c’è una certezza è che quel gran fiume di denaro pompato dalla sua BCE non è certamente arrivato là, dove si sperava e pensava che dovesse: le imprese. In Italia, i prestiti delle banche verso di loro sono diminuiti nel 2015 di 15 miliardi e la Banca d’Italia ha confermato l’accelerazione del trend negativo, dato che nel gennaio scorso alle imprese sono stati erogati finanziamenti per lo 0,9% in meno su base annua (-0,8% a dicembre) ovviamente la colpa è tutta delle banche che comprano a quasi zero il denaro e lo rivendono al 9%, è ovvio che gli imprenditori non hanno l’anello al naso!.
Tutto ciò, nonostante al 31 gennaio scorso la BCE abbia acquistato 87 miliardi di nostri titoli di stato, liberando presumibilmente liquidità in favore delle banche, che sono tra i maggiori acquirenti dei bond tricolori.
Il motivo di tanto tifo da parte dei governi al QE è proprio e solo legato all’abbassamento dei rendimenti dei titoli rappresentativi del debito pubblico e del disfacimento degli stessi grazie all’opera di rastrellamento della Bce a favore delle banche.
È ovvio che lo scopo di Mario Draghi è nobile, cioè quello di liberare risorse per il credito, ma purtroppo non fa i conti con l’avidità dei banchieri. Oltretutto, sempre Draghi ha lo scopo di minimizzare il costo di rifinanziamento dei debiti sovrani, in modo da aiutare i governi a ridurre i loro disavanzi fiscali, facendo guadagnare loro tempo per la realizzazione delle riforme pro-crescita, in attesa che questa arrivi.
Ma come i “cattivi” tedeschi avevano avvertito in sede di varo delle misure non ortodosse, queste avrebbero finito per disincentivare i governi sia dal risanare i conti pubblici, sia dall’attuare nuove riforme, venendo meno la pressione dello spread. E forse costa molto ammetterlo, ma da quando Draghi compra i titoli di stato, i governi dell’Eurozona non hanno compiuto né singolarmente, né nel loro insieme alcun reale passo in avanti sul fronte delle riforme e dei progressi per un’unione monetaria più compiuta. Nel dibattito pubblico europeo sono spuntate, anzi, espressioni come“flessibilità”, che in tempi di spread a 576 punti non ci si poteva nemmeno sognare.
Anzi no, alcuni governi hanno utilizzato le maggiori risorse per promuovere le campagne elettorali, ma di questo si parlerà fra cinque o sei anni, come dell’intercettazione da parte degli Stati Uniti delle telefonate dei governanti europei.

autore / Luca Lippi
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