Varani, Crepet: "Tragedie che maturano perché più nessuno sa chi è l’altro. Ma non è psicosi"

10 marzo 2016 ore 15:40, Lucia Bigozzi
“Morire di sevizie, significa patire quello che ha patito Cristo sul Golgota”. Muove da qui l’analisi di Paolo Crepet, psichiatra, sulle novità emerse dall’autopsia sul corpo di Luca Varani, vittima di uno dei fatti di cronaca più agghiaccianti. Nella conversazione con Intelligonews il professionista allarga il ragionamento alla sfera della famiglia e agli effetti della cocaina. 

Dall’autopsia sarebbe emerso che Varani è morto per le sevizie e non per il colpo al cuore. Cosa significa a livello psicologico? 

«Significa che seppure in maniera diversa, è un elemento che si è manifestato anche in altri fatti di cronaca, non con questa efferatezza ma tutto ciò che concerne l’anestesia, l’incapacità di sentire dolore è una cosa abbastanza tipica del mondo in cui viviamo. Non è la prima volta che accade e anche il motivare con “volevo vedere l’effetto che mi faceva” l’ho già sentito dire molti anni fa dai ragazzi che lanciavano i sassi contro le macchine dal cavalcavia. Ovviamente ciò non vuol dire che ci si debba consolare»

Sul piano psichiatrico cosa significa per la vittima e cosa per il carnefice?

«Per la vittima significa quello che ha patito Cristo sul Golgota. Per il carnefice, non significa niente; non credo che ci sia qualcosa nella testa di simili persone. Io però, prima di parlare di follia ci penserei attentamente perché diventa troppo facile dare la responsabilità di quello che è successo a un po’ di cocaina e a un po’ di psicosi. Mi sembra troppo facile, poi ovviamente saranno i giudici a stabilirlo»

Il padre di Foffo definisce il figlio un “bravo ragazzo”;  dichiarazioni che hanno scatenato polemiche sul web. Da psichiatra cosa direbbe a quel padre?

«Gli direi che forse non conosce bene suo figlio. In un certo senso, visto che il figlio non è un ragazzino che vive in casa, è abbastanza “giustificabile” che un padre non conosca la quotidianità di un trentenne. Non voglio dare la croce a nessuno, anzi cerco sempre di dare una mano nel senso che purtroppo non riguarda solo quel padre ma tanti altri. Il dilemma che si è posto non l’unico perché di fronte a situazioni diverse, ci sono moltissimi padri che non conoscono i figli o che di loro hanno una visione molto superficiale»

Ma da cosa dipende?

«Dipende dal fatto che non ci parliamo più, che non comunichiamo più. C’è solo una vaga idea dei ruoli, per cui buona parte dei rapporti genitori-figli si riconducono a poche frasi: hai fatto l’esame? Sì, bene, ciao. Oppure: che ti serve? Quanti padri sono dei bancomat… Credo che simili tragedie maturino in uno scollamento generazionale per cui nessuno sa chi è l’altro. Insisto su un punto…».

Quale? 

«Dico: attenti con le parole. Piano a dire psicosi perché la psicosi non è un fiume carsico; non è una cosa che a Natale non si vede e a Santo Stefano sì. Io faccio questo mestiere da tanti anni e so bene il dramma di famiglie che portano il fardello di un figlio psicotico; è un problema quotidiano, non stiamo parlando di un raffreddore, bensì della malattia psichiatrica più grave, che è l’unica che giustifica l’incapacità totale di intendere e volere»

Il legale di Foffo punta all’infermità parziale facendo leva sull’uso della cocaina da parte del ragazzo. In che modo la droga può arrivare a sconvolgere la mente di una persona?

«Anzitutto occorre vedere come i magistrati interpreteranno l’incapacità di intendere e volere. Funziona così: o si decide che tu in quel momento sei totalmente incapace di intendere e volere oppure tu non lo sei proprio. Sicuramente la strategia difensiva tenterà di far leva sulla prima, ovvero che la droga in quel momento specifico ha totalmente obnubilato il cervello di questa persona tanto da non accorgersi completamente di ciò che fa. Secondo me, questa è un’ipotesi molto azzardata perché deve essere supportata adeguatamente. Faccio un esempio: se uno non capisce niente, non recide le corde vocali, ma prende un’ascia e taglia la testa. Cioè azioni del genere richiedono un pensiero, anche una capacità di controllo su ciò che si fa e su ciò che non si vuole fare»

E sugli effetti della cocaina, qual è la sua valutazione?

«La cocaina trasforma parzialmente la mente, diciamo che la esalta: non è l’agnello che assume cocaina e diventa leone: è un leone che diventa un leone più aggressivo. Nel mondo della musica ci sono signori famosi che di cocaina se ne sono presi a quintali da decenni e non per questo ammazzano il batterista con la chitarra. Io penso che esista la malvagità che non è necessariamente connessa alla follia. Esiste il malvagio; quelli dell’Isis non sono psicotici, sono malvagi. Ho il sospetto che come successo in tanti altri casi, vi sia il tentativo da parte di una componente del mio lavoro di correre ad abbracciare la giustizia, funzionando come un condono»
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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