R. Bruzzone (Criminologa): «Gang: il satanismo fai da te come vestito della ribellione. Femminicidio? Un'emergenza molto italiana»

10 ottobre 2013 ore 17:05, Marta Moriconi
R. Bruzzone (Criminologa): «Gang: il satanismo fai da te come vestito della ribellione. Femminicidio? Un'emergenza molto italiana»
Nuove aggravanti e tutela più ampia per le troppe donne vittime di abusi in casa. Contro il femminicidio la Camera ha approvato, ieri, l’insieme di norme contenute in un decreto legge. Ora tocca al Senato. Abbiamo chiesto ad un’esperta in scienze forensi, la criminologa Roberta Bruzzone, volto noto della tv, di rispondere ad alcune polemiche che riguardano i dati sul fenomeno, una delle quali era stata lanciata proprio dalle nostre pagine e da un collega, Francesco Bruno. Ma prima, le chiediamo di analizzare quello strano nesso tra satanismo e baby-gang che ha sconvolto Milano… Pestaggi, violenze, riti di iniziazione e rapine. Così si comportavano gli appartenenti alla gang latina "MS13", conosciuta anche come "Marasalvatrucha". 25 i ragazzi arrestati, tra cui 7 minori. E si parla, di nuovo, di satanismo. E’ un caso? Qual è la sua opinione? «Aderire in modo molto superficiale a simboli ed oggetti, se vogliamo anche in maniera molto trash, riconducibili ad una sorta di “satanismo fai da te” è solo il modo scelto per vestire la propria ribellione. Da qui a parlare di satanismo, in termini di filone storico filosofico e culturale, ci passa una montagna». Ma è una gang che ha riti di iniziazione tremendi, stupro e pestaggi… «Accade in moltissimi altri gruppi criminali. Il satanismo è un modo per esasperare in maniera coreografica, quindi visibile, la propria dimensione deviante. Come le bestie di Satana, che erano un gruppo di scellerati drogati fino all’inverosimile, che aveva aderito al satanismo per sembrare più feroci». E il fatto che avessero organizzato una struttura estremamente gerarchica? «E’ classico. La gestione del potere è fondamentale e connota proprio l’organizzazione criminale. Succede in tutti i gruppi di questo tipo, anche in quelli dove gli appartenenti sono molto giovani. Di solito c’è un leader, è tipicamente quello più disturbato di tutti, che difende in maniera molto rigida la propria leadership, anche con la violenza». Passiamo al femminicidio. A IntelligoNews un collega, Francesco  Bruno, ha parlato di dati che in realtà sarebbero in diminuzione. «Perché non se ne occupa in maniera specifica e non conosce la situazione. I dati sono quelli dell’autorità giudiziaria italiana e segnalano 300 casi al giorno di denunce. Viene ipotizzato poi che 8 casi su 10 non giungono all’attenzione dell’autorità giudiziaria. Io, tra l’altro, ho anche gli studi di moltissimi centri anti-violenza che operano sul nostro territorio, con cui ho l’onore di partecipare e che segnalano un’escalation di richieste d’aiuto spaventosa. Probabilmente dovrebbe parlare di queste tematiche chi se ne occupa realmente e non chi si basa su qualche ricerca o dato discutibile». Trova che in Italia il problema sia maggiore? «Da noi c’è tutta la questione dello stereotipo culturale, alimentato e perpetrato da molte donne. Gli uomini violenti hanno delle madri, madri che hanno fallito per troppo servilismo nei confronti dei figli. Molte donne sono convinte che l’uomo possa disporre di loro come credono, perché sono state allevate così». Ma basterà la legge? «Non possiamo pensare che l’autorità giudiziaria o le forze di polizia possano risolvere questo problema. Loro per mansione istituzionale devono gestire gli aspetti più gravi, ma ci sono molte forme di violenza che si consumano nelle famiglie italiane e che forse non arrivano nei pronti soccorsi o non finiscono in un omicidio. C’è una cortina di fumo che vede molto spesso le mura domestiche diventare un campo di battaglia. Nel nuovo decreto legislativo si prevede, non a caso, che la segnalazione possa arrivare da una persona terza in maniera anonima, magari un parente o un vicino di casa, cosicché la collettività si schieri a favore della vittima e possa innescare un circuito virtuoso di protezione». Lei ha contribuito alla stesura della legge? «Sono intervenuta in moltissimi tavoli tecnici, e sono in contatto con diversi esponenti politici trasversalmente, persone intelligenti che hanno portato l’esito delle riflessioni in Parlamento. Ma ancora molto si può fare sotto il profilo degli strumenti di protezione». Di cosa c’è bisogno innanzitutto? «Occorre finanziare i centri anti-violenza e quelli che devono comunque considerare il corretto trattamento dello stalker o aguzzino, altrimenti il problema è solo gestito a livello emergenziale, ma non è risolto».
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