Red Hot Chili Peppers: piacere "breve" per platea, ma intenso per Kiedis

10 ottobre 2016 ore 23:59, Luca Lippi
Si presenta uno spettacolo come un evento senza precedenti, in realtà, i Red Hot Chili Peppers mancavano dall?italia solamente da quattro anni, e acalcolando l’età media dei componenti e l’internazionalità della band, non è poi un lasso di tempo così siderale.
L’ultima esibizione in Italia risale al 2012 all’ Heineken Jammin Festival di Milano, poi la data bolognese appena consumata; Kiedis e compagnia salgono sul palco alle 21:15 e vengono accolti da un boato da parte del pubblico, mentre introducono il loro spettacolo con una delle loro immancabili jam. 
Neanche il tempo di applaudire e partono “Can’t stop”, “Dani California “ e “Scar Tissue“ poi tocca a “Dark Necessities “ aprire il numero ristretto di canzoni del loro ultimo lavoro “The Getaway”.
La serata prosegue con una setlist adeguata anche per chi non conosce ogni singolo pezzo dei Red Hot Chili Peppers. 
E’ la volta di “ The Adventures of Rain Dance Maggie” , uno dei singoli più celebri di “I’m with you”, il loro album del 2011. “Sick Love “ e una bellissima esecuzione di “Go Robot”  vengono accolte con particolare entusiasmo.
 Mentre il gruppo continua a suonare senza alcuna pausa inserendo delle piccole jam fra una canzone e l’altra, non mancano le esecuzioni di grandi classici, tocca a “Californication" e “ By the Way” riscaldare ancora di più gli animi del pubblico. 
Chad Smith ha “picchiato” adeguatamente la batteria e Josh Klinghoffer ha dimostrato ancora una volta che il gruppo può andare avanti senza John Frusciante, ex chitarrista storico idolo dei fan uscito definitivamente dalla band nel 2009.
poi il calo è arrivato – prevedibile, previsto e forse inevitabile – nel sottofinale di “Suck my kiss” e “Soul to squeeze”. 
Ma per il resto la rentrée italiana dei Red Hot Chili Peppers, è stata adrenalina pura. 

Red Hot Chili Peppers: piacere 'breve' per platea, ma intenso per Kiedis

Dopo 33 anni di palcoscenico, difficile pretendere di più. Eccetto il trentaseienne Josh Klinghoffer, naturalmente, sulla cui chitarra grava l’eredità dei vari Dave Navarro o John Frusciante. 
Kiedis dichiara: “Frusciante è uscito dal gruppo due volte. La prima volta c’è dispiaciuto, la seconda no, viveva ormai male il logorio di questo lavoro e non avrebbe avuto senso obbligarlo a restare”.
Poi si lascia andare a varie considerazioni sollecitato dalle domanade dei cronisti che hanno seguito il backstage del concerto bolognese: “Trovo eccitante scoprire che dopo così tanto tempo c’è in giro ancora tanta gente che ci porta nel cuore e s’interessa a noi… L’evoluzione del suono di una band in parte è cosciente e in parte no. Non credo che sia possibile scegliere una direzione, ma solo assorbire gli stimoli che ci sono attorno e rielaborarli a modo nostro. Anche dopo tutti questi anni l’importante è metterci passione. E quella a noi non è mai mancata…Ci avete scoperto ai tempi di “Blood Sugar Sex Magik”e e il legame non s’è mai allentato. Ricordo che il giorno della pubblicazione di “Californication” ci trovavamo a Milano e per strada c’erano un sacco di ragazzi con in mano il nostro disco che ci chiedevano l’autografo. Prima di allora, giù dal palco, non mi era mai capitato di avvertire così forte il legame con la gente”.
Il pubblico italiano aspettava con ansia il ritorno dei Red Hot Chili Peppers dal vivo; anche per questo era lecito attendersi qualcosa di più in termini di durata dello show. 
Meno di due ore sembrano decisamente poche, specie se si considerano le jam inserite di tanto in tanto che hanno fatto abbassare il numero effettivo dei brani in scaletta. Qualche pezzo in più avrebbe mitigato la delusione di chi non è riuscito a sentire il proprio  preferito a causa dei tempi ristretti dello show.
Tuttavia, bisogna anche rispettare i tempi naturale e la naturale consunzione biologica dei ritmi vitali, va bene che la musica non ha tempo, ma chi la esegue qualche problema con l’eterno lo avverte dapo gli ‘anta’.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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