Nazionale, Conte il rottamatore fa dimenticare il boldriniano Prandelli

10 settembre 2014 ore 11:45, Adriano Scianca
Nazionale, Conte il rottamatore fa dimenticare il boldriniano Prandelli
Fare del calcio una metafora della società è un esercizio sempre molto rischioso: le variabili che determinano un risultato sportivo positivo o negativo sono troppe e troppo contingenti affinché se ne possa trarre una qualche lezione da trasporre fuori del rettangolo verde. E tuttavia, il doppio debutto vincente di Antonio Conte sulla panchina azzurra, prima in amichevole con l'Olanda e ieri con la Norvegia, nell'ambito delle qualificazioni agli Europei, sembra davvero carico di significati anche extra-calcistici. Al di là delle scelte tecniche e del fatto che Zaza sia più o meno efficace di Balotelli, infatti, l'ex tecnico della Juventus si è presentato con una mentalità generale che ha impressionato tutti. E tutti hanno ugualmente sottolineato che proprio nella mentalità è da ricercarsi il vero segreto di questo cambio di passo, a prescindere dal fatto di spostare un centrocampista o sostituire un attaccante. Conte si è presentato subito come “uomo della provvidenza”: allenatore, motivatore, manager, persino architetto (ha preteso di dire la sua anche sull'organizzazione degli spazi nello spogliatoio, sulla scelta degli alberghi, sulla disposizione a tavola dei giocatori...). Che differenza con Cesare Prandelli, ben più dimesso, accomodante e, per quel che riguarda l'approccio extra-calcistico, più a suo agio nei panni del moralizzatore che in quelli del condottiero. L'ex ct ha da subito sposato qualsiasi iniziativa benefica ci fosse all'orizzonte. Tanto di cappello, per carità. Meno felice è stato il suo scivolamento verso posizioni politicamente corrette, come quella del tutto pretestuosa e artificiosa contro la presunta “omofobia” del calcio, fino ad arrivare a vere e proprie battaglie politiche, come quella in favore dello ius soli, che sin da subito ha avuto la sua controparte tecnica nella difesa a spada tratta di Mario Balotelli. Ovviamente l'esplicita ammissione del carattere politico della convocazione dell'ex milanista ha subito buttato sul calciatore la stigmate del raccomandato, che peraltro il ragazzo ha appesantito ulteriormente con prestazioni scarse e comportamenti insopportabili. Prandelli si è fatto notare per il famoso “codice etico”, sbandierato come novità rivoluzionaria salvo poi essere calpestato in nome delle prosaiche esigenze tecniche. E mentre la vita dello spogliatoio azzurro si arricchiva di regole, codici, sanzioni, postille, il tutto molto “buono” e molto “morale”, paradossalmente l'anarchia si faceva strada nel gruppo: Balotelli ne combinava una al giorno, Cassano faceva le sue scenate, i senatori bacchettavano i giovani e così via. Tipico di un certo modo formalistico di affrontare l'etica: si pensa di risolvere i problemi moltiplicando le leggi. Conte è invece l'uomo del “diritto sostanziale”: non servono tante regole scritte, la legge è lui è tanto basta. Duro, ma funziona. Prandelli è la Boldrini applicata al calcio. Conte, sfortunatamente, non ha equivalenti in politica. O meglio, Conte è quel che Renzi vorrebbe essere, quello che Renzi riesce a essere solo mediaticamente (dove è molto bravo a mettere in riga amici e nemici) ma ancora senza effetti concreti. Grinta, decisionismo, rottamazione, ringiovanimento, riforme, ripresa: il momento è arrivato. Peccato che la cosa ci riesca solo in mezzo al campo da gioco. E di giorni ne sono bastati 10, altro che mille...  
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