Giustizia, Pezzopane (Pd): "La magistratura difende le proprie prerogative, ma Matteo non è Silvio"

10 settembre 2014 ore 15:31, Andrea De Angelis
La magistratura alza la voce, nonostante l'inquilino di Palazzo Chigi non sia più un certo Silvio Berlusconi, contro una possibile riforma della giustizia. Matteo Renzi come l'ex cavaliere? Neanche a parlarne, almeno secondo la senatrice democratica Stefania Pezzopane con la quale IntelligoNews ha affrontato lo spinoso tema...  

Giustizia, Pezzopane (Pd): 'La magistratura difende le proprie prerogative, ma Matteo non è Silvio'

    L'Associazione Nazionale Magistrati, con accenti di berlusconiana memoria, leva gli scudi contro la riforma della giustizia preparata dal Governo.  Come commenta? «Ho molto rispetto nei confronti della magistratura per il compito impegnativo che ha e per la condizione di organo dello Stato criminalizzato che ha vissuto in questi anni, in particolare con Berlusconi. Ciò non vuol dire negare i gravi problemi che vi sono nell'amministrazione della giustizia con danni che ricadono prevalentemente sui cittadini per quanto riguarda tempi ed errori nei procedimenti. Siamo una classe politica che è stata in grado di eliminare il Senato, possiamo anche mettere mano ad altre cose...».  Possiamo o dobbiamo? La magistratura non sembra affatto d'accordo... «Ovviamente ci sono irrigidimenti, come avvenne con il Senato, eppure una volta messo in programma questa riforma è stata fatta.  Lo stesso deve valere per la giustizia, Renzi ha detto nel suo discorso programmatico che è necessario renderla più aderente alle esigenze dei cittadini, dunque più giusta e veloce. Chiaramente sarà importante avere un dialogo con l'Anm che rappresenta, ripeto, una parte importante del Paese. La situazione, comunque, è cambiata completamente! Avevamo un Presidente del Consiglio con decine di procedimenti giudiziari, condannato e decaduto e qualsiasi cosa faceva era chiaramente finalizzata a migliorare la sua posizione dal punto di vista giuridico. Avendo violato le norme, dunque, voleva cambiarle. Questo non è il caso di Renzi...».  Il punto è questo: siamo di fronte a due personaggi diversi, eppure la magistratura alza allo stesso modo le barricate. Avverte anche lei questo? «Sì, lo avverto ed è nelle cose nel senso che questo è un Paese dove ognuno difende sé stesso, le proprie prerogative. Per questo facevo l'esempio del Senato, occorre fare qualche passo indietro per farne poi in avanti, altrimenti l'Italia resta ferma».  Un passo indietro è stato fatto da Richetti, ma non da Bonaccini. Se lo aspettava da entrambi? «La Legge Severino prevede che la decadenza da un ruolo politico avviene dopo una condanna definitiva. Credo che un politico non condannato abbia una presunzione d'innocenza.  Sta poi alla sensibilità delle persone decidere se affrontare una competizione elettorale con delle questione ancora aperte, o meno. Questo problema ce lo siamo posti anche in Abruzzo, dove il nostro candidato ha stravinto e poi è uscito indenne dalle indagini nei suoi confronti. Dunque la Legge Severino è il parametro, altrimenti basterebbe creare una denuncia per allontanare dalla vita politica decine di persone per bene».  Siamo dinanzi a un filone di indagini importanti... «Assolutamente ed è un problema che riguarda le regioni italiane nel complesso, non mi risulta che ci siano consigli che non ne siano stati toccati. Il tema è di natura politica e vorrei ricordare che con la riforma del Senato sono state ridotte le indennità dei consiglieri regionali».  Fassina questa mattina ha parlato in modo polemico di un'Agenda Monti comune agli ultimi quattro governi, compreso quello Renzi, dicendosi assolutamente contrario ai tagli e criticando fermamente il piano esposto ieri dal Presidente del Consiglio. Siamo dinanzi a una minoranza democratica che affina le armi? «Queste parole sono un input, ma comunque la Legge di Stabilità ancora non è pronta. Fassina ha fatto il viceministro e anche con quella Legge di Stabilità non si poterono fare molte cose di cui il Paese aveva bisogno. Eviterei dunque di fare il gioco delle parti per il quale quando si sta all'interno della compagine governativa si è molto ossequiosi nel rispetto delle necessità di bilancio, mentre quando si è fuori si creano mostri».   
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