Non potendo europeizzare la Germania, la atlantizzano. L'Italia? California bis

10 settembre 2015, intelligo
di Alessandro Corneli 

L’argomento preferito dagli europeisti convinti è che ogni crisi che si è manifestata nel corso del processo di integrazione europea ha finito per fargli fare qualche passo verso il traguardo dell’unione economica e politica. La tesi della mazzata e del passo in avanti non può essere dichiarata falsa fino a quando non si sarà conclusa in un modo o nell’altro. È tuttavia possibile sostenere una tesi diversa, e cioè che sia in atto, senza che nessuno lo ammetta, un processo di de-costruzione dell’Europa.  

Non potendo europeizzare la Germania, la atlantizzano. L'Italia? California bis
La scelta dell’austerità come risposta alla crisi finanziaria e del debito pubblico è stata mantenuta ferma per sei anni e solo da poco si tenta di rovesciarla con il Quantitative Easing, ma essa ha provocato una spaccatura politica che difficilmente potrà essere sanata da un accordo sulla ripartizione dei rifugiati secondo quote nazionali concepite in modo molto burocratico per cui, già sotto questo aspetto, la soluzione costituirebbe un arretramento del principio europeistico. 

Certo, sarebbe un progresso rispetto agli accordi di Dublino (gli “immigrati” restano nel Paese di arrivo) ma anche un’estensione camuffata del principio “ciascuno faccia i compiti a casa”, inquinato eventualmente dal potere nazionalistico di scegliere quali immigrati o rifugiati accogliere in base alla provenienza. Senza contare che una soluzione d’emergenza non è quella che ci vuole se è vero, come sostiene il Pentagono, che i flussi non si stabilizzeranno prima di vent’anni mentre scompaiono le distinzioni tra richiedenti asilo politico e chi fugge da situazioni ambientali di pericolo e fame e cerca un lavoro.  

Alcuni fatti a sostengo della tesi della de-costruzione europea sono difficilmente confutabili. Non mi riferisco alla recente affermazione di Matteo Renzi – “sulle tasse decidiamo noi” – che contrasta con l’obiettivo di arrivare a una politica economica e fiscale comune, ma a qualcosa di più profondo. 

Il processo di integrazione nacque a metà degli Anni Cinquanta sullo sfondo di una realtà geopolitica molto precisa: la guerra fredda; nacque anni dopo la costituzione della Nato e sulla base di uno scambio: appartenenza dei paesi europei all’area occidentale sotto egemonia americana a fronte della protezione militare Usa contro la minaccia (vera o verosimile) di un’aggressione sovietica. 

Quando questa minaccia venne meno, all’inizio degli Anni Novanta, la motivazione politico-militare cessò e fu sostituita da un progetto strettamente economico-monetario, che però ebbe l’effetto di dividere l’Europa tra chi adottava l’euro e chi restava fuori. Sotto, però, c’era  la prospettiva di un diverso rapporto con gli stati Uniti e la Russia che, recentemente, Matteo Renzi ha chiarito, affermando che non possiamo pensare all’Europa del futuro escludendo la Russia. Ciò significa  che le fondamenta del progetto europeistico originario non valgono più, ma da parte europea nessun progetto alternativo viene proposto. Per alcuni anni ci si è baloccati con la formula dell’europeizzazione della Germania, ma con la crisi finanziaria si è finiti per denunziare la germanizzazione dell’Europa che significa una sola cosa: “non vogliamo una unificazione politica ed economica sotto l’egida di Berlino”. 

Basterà la recente svolta “compassionevole” di Angela Merkel a rovesciare questa convinzione?  

Sul tavolo – e questo è un secondo fatto – c’è la proposta che viene da Washington, il Ttip, il trattato di libero scambio tra Ue e Usa. Il suo significato politico è chiaro anche se non viene detto per comprensibili ragioni diplomatiche: non potendo europeizzare la Germania, non resta che atlantizzarla. Anche per questa via, il processo originario di integrazione europea imboccherebbe un binario morto. 

L’Italia, ben che vada, diventerebbe una California-bis, la Spagna e la Grecia una replica della Florida; alla Francia toccherebbe un mix di cultura, turismo e agricoltura (quest’ultima a decrescere) e alla Germania il duro lavoro industriale negli spazi lasciati liberi da Usa e Cina. 

Le conseguenze sulle strutture europee finora realizzate sarebbero devastanti anche se progressive: la Commissione europea, il Consiglio europeo, il Parlamento europeo e la stessa Bce dovrebbero rivedere i loro poteri per armonizzarli con la Casa Bianca, il Congresso americano e la Fed. Ma di questo nessuno ha voglia di parlare.

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