Renzi al Pd: toglietemi tutto, ma non l'art.2

10 settembre 2015, Andrea De Angelis
«Sul profilo tecnico-parlamentare se si mette in discussione l'approvazione in coppia conforme dell'articolo 2 della riforma, si rimette in discussione tutto: rischia di valere anche su altro».

Renzi al Pd: toglietemi tutto, ma non l'art.2
Così Matteo Renzi, secondo quanto riferiscono fonti parlamentari, prendendo la parola all'assemblea del gruppo del Pd.
E replicando a Bersani, avrebbe sottolineato: «Nessuno di noi invoca disciplina di partito: non c'è sulla Costituzione. Ma c'è una responsabilità davanti agli elettori».

Renzi ha dato qualche giorno ai senatori, ma anche ai deputati, per trovare un accordo che permetta di accelerare e approvare il ddl al Senato il prima possibile, per consentire anche alla legge sulle unioni civili di essere approvata prima del 15 ottobre, quando sarà presentata la legge di stabilità.

"Il Senato della Repubblica - stabilisce l'articolo 2 del ddl approvato già da Senato e Camera - è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica". Inoltre l'articolo 2 stabilisce che i Consigli regionali "eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori". 
La minoranza del Pd, ma anche M5s, Lega, Sel, Fi e i Conservatori chiedono una elezione diretta in concomitanza con quella dei Consigli regionali. Il governo non vuole toccare l'articolo 2, per non riaprire altri temi (come il numero dei senatori) e ha proposto come mediazione l'inserimento in un altro articolo il principio che gli elettori partecipino alla selezione dei Consiglieri-senatori con modalità che saranno definite nella legge elettorale delle Regioni. 

Renzi al Pd: toglietemi tutto, ma non l'art.2
Non è però solo la modalità dell'elezione dei senatori a costituire il nodo da sciogliere per trovare un accordo politico sulle riforme: gli altri punti di cui si discute, e su cui le parti sono però più vicine, sono le funzioni del futuro Senato, quelle delle Regioni (articolo 117 della Costituzione), l'elezione del Presidente della Repubblica e quella dei Giudici costituzionali.

In particolare per quanto riguarda questi due punti la riforma, così come licenziata in prima lettura dal Senato, stabiliva che per eleggere il Capo dello Stato occorrono i due terzi dei voti, dal quarto scrutinio i tre quinti e dopo l'ottavo scrutinio è la maggioranza assoluta degli aventi diritto. Alla Camera invece si è fissato nei tre quinti dei votanti il quorum minimo per la scelta del Presidente, cosa che mette nelle mani delle opposizioni la possibilità di bloccare l'elezione. Si è tutti d'accordo a trovare una "norma di chiusura": una ipotizzata è un ballottaggio tra i due candidati più votati.

Diversa poi la questione per quanto riguarda la Corte Costituzionale. In prima lettura l'aula di Palazzo Madama aveva deciso che i cinque giudici della Corte di nomina parlamentare, fossero eletti "tre dalla Camera dei deputati e due dal Senato". Alla Camera si è tornati all'attuale meccanismo, ossia alla nomina dei giudici da parte del Parlamento in seduta congiunta. Tuttavia in questo modo i senatori avrebbero poco peso, così sembra esserci ampia condivisione nei gruppi a tornare alla formula iniziale del "tre più due". 
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