Siria, trattare con Assad non è più un tabù (come diceva Putin)

10 settembre 2015, Adriano Scianca
Siria, trattare con Assad non è più un tabù (come diceva Putin)
La Siria sta diventando il vero rompicapo geopolitico di questa epoca. Se sul terreno si moltiplicano gli attori, con ruoli non sempre chiari, a livello diplomatico si sta definitivamente sgretolando l'ultimo dei tabù: quello relativo ad Assad

Finora la linea dei governi occidentali era chiara: la cacciata del “tiranno” era la precondizione essenziale rispetto a qualsiasi ipotesi sul futuro della regione. Si è poi visto che Assad mantiene una vasta popolarità nonostante quattro anni di dure privazioni ed è anche chiaro che buttarlo giù militarmente è meno semplice del previsto (né, forse, veramente desiderabile, dato che non si capisce chi potrebbe prenderne il posto). 

Che fare, quindi? 

Dal punto di vista bellico ormai è il caos: ci sono i francesi che fanno i raid dal cielo, aggiungendosi agli americani, i russi che sono anche sul terreno insieme alle milizie sciite coordinate dall'Iran, Isis e al Nusra concorrono in un'agghiacciante competizione del terrore. 

I governi di Madrid e Vienna, intanto, fanno un passo in più (lo stesso che, solo, aveva già intrapreso Putin). A Teheran il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Garcia Margallo ha detto senza mezzi termini che "è giunto il momento di avviare negoziati con il regime di Bashar al Assad". 

Gli ha fatto eco da Dubai il collega austriaco Sebastian Kurz: "Abbiamo bisogno di un approccio prammatico che includa il coinvolgimento di Assad nella lotta contro il terrore Isis. Non possiamo dimenticare i crimini di Assad, rileva Kurz, ma neanche che in questa guerra siamo dalla stessa parte". 

Persino François Hollande si è fatto più ambiguo:“La questione della partenza di Assad sarà posta prima o poi”. Prima o poi. Non subito, quindi.
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