Pensione flessibile, ecco come funziona: conviene?

11 agosto 2016 ore 23:59, Luca Lippi
L'intervento principale del pacchetto previdenziale che sta mettendo a punto il governo nella prossima manovra autunnale è quello di consentire l’abbandono della posizione lavorativa in anticipo per andare in pensione. L’anticipo è fino a 3 anni e sette mesi prima.  Il quadro generale è delineato, ma i nodi da sciogliere sono ancora tanti. 
Come funziona la pensione flessibile
L'Ape, così ribattezzato l'anticipo pensionistico, potrà essere richiesto da dipendenti privati, pubblici e anche lavoratori autonomi cui mancano 3 anni e sette mesi alla maturazione della pensione di vecchiaia. L'opzione riguarderebbe una potenziale platea di 150mila lavoratori all'anno. Iniziando contemporaneamente dal primo gennaio 2017 con i nati nel 1951, 1952 e 1953, la misura coinvolgerebbe secondo alcuni calcoli 350mila lavoratori nel primo triennio. 
Chi decide di lasciare il lavoro prima riceverà un assegno di flessibilità. Tale assegno sarà gestito dall'Inps ma erogato dalle banche. Sarà dunque un prestito da rimborsare a rate in 20 anni. A questo assegno-prestito si aggiungerà anche il costo di una polizza assicurativa per garantire che in caso di morte del pensionato l'onere non passi agli eredi. Per le persone più in difficoltà sarebbe previsto un intervento compensativo dello Stato attraverso una detrazione fiscale.    
I nodi da sciogliere
Sono soprattutto due: il primo riguarda il coinvolgimento del mondo finanziario, mentre il secondo riguarda l'intervento dello Stato. 
Conviene?
Secondo il parere espresso nelle ultime ore dai diretti interessati pare che l’Ape scontenti un po’ tutti.

Pensione flessibile, ecco come funziona: conviene?
 

I sindacati confederali:
all’unisono esprimono parere negativo, così com’è, l’Ape è un lusso che potranno permettersi soltanto pochissimi lavoratori. In ogni caso, sempre a detta dei Sindacati, rischia di essere un costosissimo ricatto per quei soggetti che rischiano di diventare esodati, senza lavoro né pensione.
Un timore provato anche dal fatto che il part time per facilitare l’uscita ideata dal ministro Giuliano Poletti finora si è rivelato un flop: a giugno 2016 le richieste all’Inps sono state appena 230.
Di queste soltanto 85 sono state approvate. 
Confindustria (quindi le aziende interessate al progetto):
All’Ape guarda con perplessità anche Confindustria soprattutto riguardo i timori relativi alle risorse per confermare gli sgravi fiscali che sono piuttosto incerte. In sostanza Confindustria chiede chiarimenti su “chi” paga per l’uscita degli addetti in esubero; la ripresa stenta a irrobustirsi, e la conseguenza è inevitabilmente la perdita di occupazione.
Le perplessità di Confindustria trovano terreno fertile tra i principi che guidano Nannicini secondo il quale è giusto che lo Stato paghi soltanto per i lavoratori in difficoltà, mentre se è l’azienda che licenzia, deve prendersi in carico parte degli ammortizzatori sociali.
Soprattutto dopo che il Jobs act ha de facto cancellato la mobilità verso la pensione.
Matteo Renzi ha ammesso che “servono più soldi per la previdenza”, questa affermazione ha messo in allarme Confindustria, proprio le scarse risorse che il governo ha intenzione di mettere a disposizione (600 milioni) fanno ipotizzare che si va verso la richiesta di un contributo alle aziende sui prepensionamenti, proporzionale proprio alle motivazioni di uscita. 
Il sistema finanziario chiamato a collaborare (banche e assicurazioni):
ottiene di entrare in un mercato, quello del primo pilastro previdenziale, dalle grande potenzialità economiche (oltre 190 miliardi). Ma lo fa un prezzo molto alto!
Il motivo emerge direttamente dal tavolo di Nannicini, le banche da un lato si accollano il costo dell’anticipo pensionistico, al posto dello Stato, e lo devono fare a un interesse bassissimo (tra il 2 e il 3%) su un orizzonte temporale molto alto.
Per quanto il piano preveda un’assicurazione (anche queste a condizioni non di mercato), il settore bancario teme di non avere sufficienti coperture per delle erogazioni con tassi non remunerativi, che potrebbero trasformarsi ben presto in crediti insoluti.
E pensare che con l’Ape Tommaso Nannicini, capo delle tavolo delle riforme a Palazzo Chigi, pensava di aver fatto un miracolo! Ha contenuto la spesa (600 milioni) per le casse dello Stato. Ha limitato la platea dei soggetti che possono lasciare il lavoro anche per tranquillizzare l’Europa, da sempre contrari a ritocchi in Italia sulla parte previdenziale. Ha ridotto le penalizzazioni (tra l’1 e il 5%) pagate dai lavoratori.
In conclusione?
La pensione flessibile scontenta un po’ tutti, almeno fino a quando non saranno definiti gli sconti fiscali e i ruoli di tutti gli interessati, finché non si trova la quadra nell’ambito delle reciproche opportunità, e intanto i costi aumentano a dismisura.

autore / Luca Lippi
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