Le ultime mostruosità del politicamente corretto... Marino in testa

11 aprile 2014 ore 10:24, Americo Mascarucci
Le ultime mostruosità del politicamente corretto... Marino in testa
Viviamo ormai da anni in una società egemonizzata dalla dittatura del “politicamente corretto” che fra le tante “mostruosità”, ha pure imposto il linguaggio del perbenismo.
In pratica per esprimere un concetto o definire uno stato, siamo costretti ad utilizzare il termine ritenuto più idoneo a non offendere la sensibilità collettiva. Dalla dittatura del pensiero, delle idee,  della cultura, siamo insomma passati alla dittatura delle parole, o meglio della grammatica. Chi ha stabilito quali termini vanno usati e quali no? Il politicamente corretto ovviamente e guai a non adeguarsi al pensiero dominante. Così definire cieco uno che non ci vede, che magari sta seduto sui gradini di una chiesa a chiedere l’elemosina, è peggio che bestemmiare, si deve usare il termine “non vedente” come se modificando le parole il poveretto avrà maggiori possibilità di riacquistare la vista.. Non dite mai che uno è sordo, il termine esatto è “non udente”; il soggetto continuerà a non sentirci, nonostante l’impatto soft delle parole. Vietato definire un soggetto “disabile”, si deve chiamare “diversamente abile”. Se prima si poteva scrivere “paese sottosviluppato” con riferimento ai paesi poveri, adesso indovinate un po’ qual è il termine esatto? Paese in via di sviluppo. Anche qui non cambia nulla ma gli abitanti di quelle zone, pur morendo di fame, pur vivendo nel più assoluto degrado, potranno consolarsi con il cambio di destinazione d’uso del loro status terminologico. Non chiamate “spazzino” colui che armato di ramazza raccoglie le cicche di sigarette per le strade, potrebbe arrabbiarsi ricordandovi che lui è un “operatore ecologico” e la stessa cosa vale per quelli che all’alba passano con i camion della nettezza urbana a svuotare i cassonetti dell’immondizia. Ma sì, i famosi “monnezzari”. Un tempo forse andava bene chiamarli così, ora si rischia di incorrere in una querela per diffamazione. Meglio adeguarsi. A forza di seguire il politicamente corretto, c’è chi di troppo politicamente corretto sta rischiando di “morire”. Il sindaco di Roma Ignazio Marino, pensate un po’, è arrivato al punto di emanare una circolare con la quale vieta di utilizzare la parola “nomade” negli atti amministrativi, illudendosi di favorire così l’inclusione sociale degli zingari ed evitare che possano sentirsi discriminati. Possiamo anche concordare sul fatto che usare il termine “zingaro” possa risultare offensivo visto che nel vocabolario comune è andato assumendo sempre di più un significato negativo, quasi spregiativo. Giusto quindi evitare il termine zingaro, ma la parola nomade che cosa contiene di tanto offensivo? Che cosa cambia se al posto di nomadi scriviamo rom, sinti o camminanti? Nulla, come ha evidenziato molto bene il presidente dell’Opera Nomadi Massimo Converso, il quale ha stigmatizzato la decisione di Marino. «La parola nomade non è un insulto – ha dichiarato Converso intervistato sull’argomento -  cancellare il nome è stato un errore storico e antropologico, il sindaco Marino ha sbagliato e deve ritirare la circolare. Il sindaco – ha aggiunto ancora il presidente dell’Opera Nomadi -  ha sbagliato, è stato superficiale, a Roma i nomadi ci sono, per motivi economici, sono legati ad attività ultra tradizionali millenarie; ci sono i semi-nomadi quelli che non lo sono 12 mesi l’anno, ma in primavera ed estate. Erano nomadi anche i giostrai sinti ammazzati dalla banda della Uno bianca. La parola nomadi non è un insulto, loro non vogliono essere chiamati zingari». E qui siamo perfettamente d’accordo. Perché dunque vietare l’utilizzo di un termine comune e perfettamente inclusivo? Marino è rimasto vittima del politicamente corretto e non c’è da stupirsi se si pensa che proprio la sinistra cattolica ha nel suo dna da sempre la presunzione di aggiornare la terminologia, con la stessa frequenza con la quale ci si adegua alle mode del momento. Così come si cambia il cellulare non sufficientemente accessoriato, ecco che si modificano anche i termini considerati poco consoni alla cultura dominante, la cultura del perbenismo, dell’ipocrisia collettiva, fatta di tante belle parole e di pochi fatti. Perché se si vogliono davvero migliorare le condizioni di vita dei nomadi favorendone l’integrazione sociale, non è certo modificando la terminologia che si può pensare di conseguire l’obiettivo. E il presidente dell’Opera Nomadi lo ha fatto capire chiaramente al sindaco della Capitale. A proposito: il termine sindaco è appropriato o è più opportuno utilizzare “primo cittadino”? Domanda banale, ma non si sa mai!
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