La verità per Regeni (che non arriva), Egitto offeso ma Gentiloni rilancia: "Indagini così ovunque"

11 aprile 2016 ore 11:45, Americo Mascarucci
Tra Italia ed Egitto lo scontro sul caso di Giulio Regeni si fa sempre più duro. 
Il nodo su cui si sta concentrando la battaglia investigativa – e di conseguenza quella diplomatica – è rappresentato dai tabulati telefonici di una decina di persone e dei video delle zone frequentate da Regeni, che la Procura di Roma ha chiesto più volte agli inquirenti egiziani. Una richiesta che però è sempre stata negata. L'Italia ha annunciato al riguardo una nuova richiesta di rogatoria.
L’analisi di quel traffico è determinante per capire quali telefoni fossero presenti il 25 gennaio nella zona di Dokki, il distretto del Cairo dove quel giorno fu sequestrato Regeni. E incrociando quei tabulati con quelli della zona del ritrovamento del cadavere e con quelli in possesso della Procura grazie all'analisi del pc del ricercatore, gli investigatori non escludono di poter individuare la pista giusta per arrivare ai torturatori e agli assassini del ricercatore. 
Ma dall'Egitto è stato sollevato un categorico diniego perché questa richiesta, secondo quanto riferito dagli inquirenti egiziani, violerebbe la costituzione.  
La verità per Regeni (che non arriva), Egitto offeso ma Gentiloni rilancia: 'Indagini così ovunque'
Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha attaccato: "Le indagini investigative nel mondo si fanno molto spesso basandosi sui tabulati e sulle intercettazioni. Se così non fosse, buona parte delle indagini che si fanno anche nei Paesi più attaccati alla privacy non si farebbero. È così dalle Alpi alle Piramidi. L'Italia non rinuncerà alla verità che è un'esigenza per la famiglia e per tutto il Paese". 
L'ambasciatore al Cairo Maurizio Massari è rientrato a Roma richiamato dal Governo per consultazioni.
Al Governo italiano giunge intanto la solidarietà delle comunità egiziane d'Italia: Il comitato "libertà e democrazia per l'Egitto" è sceso in piazza a Milano chiedendo verità e giustizia per Regeni e accusando Al Sisi di aver fatto sparire nel nulla almeno altri 50mila ragazzi egiziani che hanno fatto la stessa tragica fine del ricercatore friuliano.
"Quello che è accaduto a Regeni, torturato e ucciso da una regime che ha paura di tutto, ha portato sotto gli occhi di tutti quello che sta accadendo in Egitto - spiega Omar Jibril, vice presidente nazionale del comitato -. È un regime sanguinario a tutti gli effetti, chiediamo che la comunità internazionale intervenga con un embargo. Il richiamo dell'ambasciatore da parte dell'Italia è il primo passo, ora interrompano tutte le relazioni». 
Jibril, italo-egiziano, lancia poi l'allarme, concreto, per l'Italia: "L'Egitto è una polveriera, c'è il rischio di una guerra civile. In Italia c'è la più grande comunità egiziana all'estero e se la situazione degenerasse arriverebbero tutti qui, a migliaia".

Ma dall'Egitto speranze di una fattiva collaborazione non arrivano. Anzi le autorità egiziane dal canto loro rifiutano la tesi dell'occultamento della verità e accusano l'Italia di strumentalizzare oltre misura il "caso Regeni" per ragioni interne. 
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