Salva-banche, Banca Marche nel mirino: clienti infuriati e dipendenti "poveri" obbligazionisti

11 dicembre 2015 ore 15:57, Luca Lippi
Salva-banche,  Banca Marche nel mirino: clienti infuriati e dipendenti 'poveri' obbligazionisti
Purtroppo come spesso accade in questi casi, venuta a galla tutta la vicenda che ha coinvolto le note quattro banche attraverso il salvataggio delle quali azionisti e obbligazionisti hanno visto azzerare le proprie disponibilità, i primi a prendere fuoco sono gli stracci, e si evoca il solito ritornello della guerra fra poveri. Strano è già il fatto che dal 22 novembre (data in cui si è concretamente consumata la vergogna del salva-banche) solo nella settimana in corso il caso è stato portato all’onore delle cronache. Comunque sia, le prime rappresaglie del popolo cui è stata tolta la pila sul fuoco sono partite, e come nella migliore delle tradizioni non si corre certo dietro al cecchino (troppo in alto e troppo in posizione privilegiata per avere certezza di poterlo rendere inoffensivo, si perseguita il bersaglio (apparente) più a portata di mano, e nel caso specifico sono i dipendenti (neanche i funzionari e i dirigenti). È quello che sta accadendo agli addetti al pubblico di Banca Marche. Nello specifico emerge questa intercettazione: “Attenta, sappiamo dove abiti. Ti bruceremo la macchina, e se non basta la casa. Ci hai fatto del male”, è una telefonata arrivata giorni fa ad un’impiegata di Banca Marche di Pesaro che fino al commissariamento della banca vendeva azioni e obbligazioni subordinate ai clienti. Adesso la dipendente è in malattia e teme per la sua incolumità. Qualche dubbio sul tenore della telefonata c’è, ma diamo per scontato che sia realmente accaduto, viene il dubbio che si stia perdendo il senno. Sandro Forlani, presidente dell’associazione dipendenti di Banca Marche, difende l’operato della collega come quello degli altri impiegati di Banca Marche, e forse la questione è stata montata ad arte per trovare il mezzo più veloce di fare arrivare il messaggio che è inutile accanirsi con i dipendenti, il bersaglio è un altro. E infatti, dopo questa rivelazione Forlani cerca in tutti i modi di cambiare l’obiettivo della protesta montante: “Diciamo subito che se un salvatore della patria dopo due anni di lavoro, prendendo una banca con 6 miliardi di sofferenze, le azzera o quasi, significa che ha peggiorato le cose e non le ha migliorate. Se abbatti il valore dei crediti dell’82%, gettandoli nella bad bank, significa che hai strozzato la banca. Senza dimenticare che Feliziani e Terrinoni e il terzo commissariato Inzitari si prodigavano a dire che eravamo alla fine del tunnel, che si vedeva l’alba, che i problemi si stavano lasciando alle spalle. Sono spariti 24 milioni a Pesaro e 7 milioni a Urbino ai danni di centinaia di obbligazionisti. Noi non possiamo permettere che i risparmi di una vita vengano cancellati in una notte per una conduzione dissennata della banca”. Dunque Forlani ha offerto il bersaglio contro cui far montare la protesta, ma questi non sono ancora “il cecchino” vero, sono solo dei burocrati che a loro volta hanno “svolto un compito”. Un suggerimento potrebbe essere quello di cercare nei nuovi salvatori della ormai epurata Banca Marche, ma questa è solo un’ipotesi. È un fiume in piena Forlani, ne dice di cose, e ne lancia di accuse, concludendo con un laconico: “Chiederemo i danni morali per quello che è successo perché moltissimi colleghi oggi si vergognano pur senza colpe di fronte al dramma di tantissima gente che viene allo sportello piangendo per aver perso tutto. I dipendenti, moltissimi dei quali anche azionisti che hanno perso decine di migliaia di euro, sono vittime di quello che è successo e si costituiranno parte civile. Non ci dimentichiamo certo dei premi, delle gite, dei bonus che venivano assegnati a chi vendeva molte obbligazioni e azioni fino a pochi giorni prima del commissariamento. Chi non lo faceva era visto male, lasciato al palo. Ecco cos’era Banca Marche”. Non stentiamo a crederlo, questo sono tutte le banche dove i dipendenti sono stati trasformati in venditori senza alcuna possibilità di esprimere “un’attenzione” nei confronti del cliente. Funzionari di agenzia che oggi hanno lo stesso potere che aveva un capo cassiere solamente 15 anni fa. Prendersela con i dipendenti di una banca oggi è come sparare sulla “Croce Rossa”, non hanno colpe semplicemente perché niente contano più, per non parlare di tutto quello che gira intorno al sistema che conta ancora meno.

Intanto azionisti e obbligazionisti, divenuti nullatenenti (o quasi) per decreto, sembra un paradosso ma questo è, attraverso il presidente degli azionisti Bruno Stronati e all’avvocato Corrado Canafoglia hanno deciso di intraprendere azioni legali chiedendo contestualmente un incontro col sottosegretario al Ministero dell’Economia Enrico Zanetti. Ma intanto prima di arrivare a una soluzione definitiva passeranno anni e anni, e probabilmente una soluzione non si troverà mai, e allora fa bene Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi, a fornire cifre utili a togliere il fio della colpa dalle spalle dei dipendenti: “Ben 2.210 su 2.800, cioè quasi l’80 per cento dei dipendenti Banca Marche avevano investito i loro risparmi in azioni o obbligazioni delle banche stesse. Questo la dice lunga rispetto alle accuse, assolutamente infondate, che da alcuni ambienti sono state indirizzate ai lavoratori dei quattro istituti. Nel Gruppo Banca Marche e Carife inoltre azioni ed obbligazioni subordinate sono in diversi casi possedute anche dalle famiglie dei lavoratori”. In conclusione, primo obiettivo distogliere l’attenzione dai dipendenti, sbrigarsi però a rideterminare il nuovo obiettivo perché dal 1 gennaio tutto diventa più complicato. 

autore / Luca Lippi
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