Nuova terapia contro la leucemia grazie alla ricerca: è rivoluzione

11 gennaio 2016 ore 14:57, intelligo
La leucemia è già di per sé una malattia terribile, ma la cura può non essere da meno. Sono infatti tantissimi i rischi che il paziente è costretto a correre in seguito al trapianto di midollo osseo. La "malattia dell'ospite" è infatti una delle conseguenze più terribili che il corpo del malato è costretto a subire post-trapianto e nonostante le tecniche anti rigetto che sono state sperimentate fino ad ora la percentuale di questi casi resta sempre alta.

In sostanza si verifica un vero e proprio paradosso. Nel paziente viene trasferito per via endovenosa anche il sistema immunitario del donatore, i suoi linfociti. Il problema è che spesso questi linfociti da un lato combattono la leucemia del paziente, dall’altro rischiano di attaccare i suoi organi scatenando una malattia devastante, che nei suoi effetti più acuti può portare anche alla morte e comunque a una qualità della vita orrenda. La cura, insomma, rischia di essere allo stesso tempo la causa del male. I globuli bianchi del donatore attaccano sì le cellule “cattive”, ma rischiano di danneggiare seriamente gli organi del trapiantato con effetti drammatici.  

Nuova terapia contro la leucemia grazie alla ricerca: è rivoluzione
Ma ora potrebbe non essere più così grazie alla ricerca di una dottoressa italiana, Francesca Bonifazi medico dell’Ematologia del Sant’Orsola di Bologna, che ha dato il via ad un'avveniristica terapia che si promette di dimezzare i rischi legati alla crisi di rigetto post-operatoria e di consentire così ai malati di affrontare con maggior serenità quel medesimo trapianto di midollo che rappresenta al momento tanto un'ancora di salvezza, quanto un pericolo per tutti i pazienti affetti da leucemia.

Il metodo si chiama "Graft versus host disease" (Gvhd) e significa letteralmente lotta contro la patologia dell’ospite e ha già ottenuto grossi risultati.  La mortalità post-trapianto  è infatti scesa dal 68% al 32%. I pazienti malati di leucemia che avrebbero partecipato alla fase sperimentale della nuova terapia avrebbero subito il trattamento prima del trapianto da cellule staminali emopoietiche di un fratello HLA identico (in grado quindi di assicurare il grado massimo di compatibilità) e questo avrebbe poi permesso di ottenere maggiore successo nella fase successiva al trapianto. Lo studio dimostra come l’anticorpo sembra migliorare la quantità di vita degli ammalati e che questa scoperta, insieme agli studi fatti in precedenza, può risultare particolarmente importante per coloro che, malati di leucemia, hanno necessità di subire un trapianto di midollo osseo.

Su 161 pazienti sottoposti alla sperimentazione in due anni, "il rischio di Gvhd è passato dal 68,7% al 32% dei casi" ha spiegato Bonifazi. "Nei casi più gravi, che portano alla morte, questo calo è ancora più drastico: da oltre il 50% al 7% di casi di malattia". Una svolta insomma, perché adesso i trapianti di questo tipo non si faranno più come prima, ma col nuovo metodo. "Saranno più sicuri, con meno effetti collaterali ma con la stessa efficacia. Da adesso cambia tutto - ha detto il medico, ancora incredulo - Sono orgogliosa e fiera di dire che una grossa parte di questo studio è italiana. Che 90 dei 161 pazienti oggetto della sperimentazione sono italiani, li ho coordinati io". "Un modo efficace per aver cura dei nostri pazienti" ha commentato Michele Cavo, direttore dell’Ematologia del policlinico.

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