Le parole della settimana: Timeo Danaos et dona ferentes

11 luglio 2015, Paolo Pivetti
Le parole della settimana: Timeo Danaos et dona ferentes
Timeo Danaos et dona ferentes”. Traduzione: “I Greci mi fanno paura, anche se portan doni”.

Per aver pronunciato questa frase il povero Laocoonte, illustre e veneratissimo sacerdote dell’antica Troia, finì molto male. Il dio Nettuno, slealmente alleato dei Greci, gli mandò dagli abissi marini due giganteschi serpenti che, sulla spiaggia di fronte a Troia, strangolarono lui e i due figlioletti. Vedasi la celeberrima scultura ellenistica tuttora presente ai Muei Vaticani, che illustra l’episodio. 

Ma qual era l’oggetto del contendere? E perché una così terribile vendetta divina? Sulla spiaggia prospicente Troia i Greci avevano abbandonato un gigantesco cavallo di legno prima di ritirarsi e salpare, a bordo delle loro navi, apparentemente facendo rotta verso la loro patria in una finta ritirata. Il messaggio accluso al dono era pressappoco questo: “Abbiamo capito, non riusciamo a conquistare Troia. Per evitare ulteriori spargimenti di sangue ci ritiriamo. Lasciamo a voi, valorosi Troiani, questo cavallo votivo. È sacro. Portatelo nella vostra città: vi proteggerà, vi darà pace e prosperità”.

Di qui un lungo dibattito tra Troiani, una spaccatura insanabile tra falchi (che volevano senza indugio dar fuoco al cavallo lasciato dai nemici) e colombe, che invece lo prendevano come buon auspicio per un futuro dialogo con i Greci. Laocoonte si era schierato senza indugio con i falchi, facendo pesare il suo gran prestigio di sacerdote, ma i due serpenti marini ribaltarono la situazione. Così le colombe, inebriate di buone intenzioni, trasportarono lo sproporzionato cavallo dentro le mura, abbattendone parte per farlo entrare, tanto era grande. 

La conclusione della storia la sappiamo: feste, canti, danze per la pace, ubriacatura generale; e quando sugli esausti Troiani calò la notte, furono i guerrieri greci, usciti dal grembo equino nel quale stavano nascosti sotto il comando dell’astuto Ulisse, a piombare su di loro seminando morte, incendiando e distruggendo per sempre l’invincibile città.

Il racconto commosso e accorato di questa tragedia ci è consegnato da Virgilio, massimo poeta latino, nel canto II dell’Eneide. Ed è qui, proprio al verso 49, che troviamo l’inutile, profetico avvertimento di Laocoonte: “State attenti ai Greci, anche se portan doni”. Avvertimento che, mutatis mutandis, potrebbe ben giovare a chi in queste ore sta affrontando i loro pronipoti a Bruxelles. Forse, di fronte al bel cavallo di promesse messo lì sopra al tavolo da Tsipras, non guasterebbe una domanda: “Ma che ci sarà dentro a quella pancia?”.

Sì, l’Eneide ci suggerisce, pur nella trasfigurazione epica, una chiave per tentar di capire cosa sta accadendo in questi giorni; ma pare che non sia un best seller a Bruxelles. Speriamo che almeno Mario Draghi la tenga sul comodino, e la rilegga ogni tanto, prima di addormentarsi.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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