Le parole chiave della settimana. Larghe intese e precarietà

11 maggio 2013 ore 10:09, Paolo Pivetti
Le parole chiave della settimana. Larghe intese e precarietà
Ma alla fine, questi scudetti sono ventinove o trentuno? Scudetto, inteso come vittoria nel campionato di calcio, è la parola che apre la settimana
. Anche sugli scudetti della Juventus riusciamo a non essere tutti d’accordo, niente larghe intese. Le larghe intese dal canto loro (vedi settimane precedenti) continuano ad aleggiare sulla vita della Nazione. La Cassazione, la Suprema Corte che può cassare (verbo di origine latina cioè annullare) le sentenze, dice no alla richiesta di rimessione (e qui siamo al linguaggio strettamente giuridico: vorrebbe dire trasferimento) dei processi “Diritti Mediaset” e “Ruby”. Larghe intese in fibrillazione. Il giorno seguente le larghe intese rimangono orfane: muore Andreotti che ne è considerato il lontano padre. Uomo dei misteri, simbolo del potere, Belzebù, “divo”, icona, immortale, imputato eccellente, assolto, condannato, assolto... non ci sono parole che bastino per raccontarlo tutto. Letta il Giovane, dopo il giro delle sette chiese europeo, torna a casa e trova uno stato di conflittualità, perciò si dice preoccupato per la durata. Di che cosa? Ma delle larghe intese, naturalmente. Nitto Palma: prima no poi alla Commisione Giustizia. Larghe intese ancora in bilico. In ogni caso, per non saper né leggere né scrivere, Corradino Mineo aveva proposto di sparargli se fosse stato eletto: interpretazione davvero personale delle larghe intese... Ecco farsi largo nella settimana un’altra parola-chiave: appello. Parola dalle molteplici sfaccettature, qui significa “secondo grado di giudizio”: in appello Berlusconi è ricondannato. Nuove ansie per le larghe intese, ma l’interessato rassicura. Però nel frattempo lo stesso Berlusconi non vuole più la convenzione. Letta, dal canto suo, decide di ritirarsi in convento con ministri e ministre. Grillo invece incontra grosse grane per via della diaria. Per discuterne coi suoi, entra nel palazzo di Monte Citorio in auto come non ha fatto nemmeno il Papa. Sintetizza mirabilmente la sua posizione sull’argomento con un icastico “Vaffanculo i soldi!”. Poi aggiunge qualche altra considerazione sul “Parlamento pieno di servi” il che induce il presidente Napolitano ad ammonire: “Di fronte ad alcune esagerazioni verbali non possiamo essere tranquilli. Questi non sono i palazzi del potere oscuro, ma i luoghi della sovranità popolare.” Il PD si riunisce al vertice. L’oggetto è scegliere un reggente ma il vero tema è se vinceranno gli anti-Cav. o, ancora una volta, le larghe intese. Le quali, dentro e fuori del Pd, promettono di durare, proprio in virtù della loro precarietà. Perché in Italia non c’è niente di più durevole di ciò che è precario (che etimologicamente significa ottenuto con la preghiera).
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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