Scuola, Renzi affascinato dalla Boschi: nuova eroina anti-sindacato

11 maggio 2015, Americo Mascarucci
Scuola, Renzi affascinato dalla Boschi: nuova eroina anti-sindacato
Di coraggio ne ha da vendere il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e forse è anche per questo che piace tanto a Matteo Renzi. 

A Pesaro durante un comizio, il ministro è arrivata a dichiarare che “discutere va bene, ma la scuola non può essere ostaggio dei sindacati”. Una dichiarazione che certamente, pur rispecchiando forse la realtà della situazione, è considerata “politicamente scorretta” perché in Italia piaccia o no i sindacati sono stati sempre considerati “sacri”. 

Del resto il nostro è il Paese dei tavoli, delle concertazioni, delle trattative, il Paese dei metalmeccanici che invadono il palco del Festival di Sanremo per rivendicare il rinnovo del contratto, delle piazze riempite per ogni protesta, giusta o sbagliata che sia, ma sempre legittima. 

Dunque dicevamo della scuola. Sono anni che qualsiasi riforma della scuola pubblica viene osteggiata dai sindacati, sia che il ministro si chiami Falcucci, Berlinguer, Moratti, Gelmini, Giannini, sia che a governare è il centrodestra o il centrosinistra. La critica più frequente che viene rivolta ad ogni tentativo di riforma è quella di voler privatizzare la scuola, nella consapevolezza che il pubblico, diversamente dal privato, faccia acqua da tutte le parti.

Era così con Berlusconi, è così oggi con Renzi. Motivo dello scontro è adesso la figura del super dirigente, il preside dotato di poteri straordinari, al quale sarebbe delegato tutto, compresa la scelta dei docenti. Apriti cielo! Una figura quella del mega dirigente che tutto fa e tutto decide che sotto certi punti di vista è perfettamente rispondente al carattere decisionista del premier Matteo Renzi, uno che ha dimostrato fino ad oggi di non gradire molto la collegialità rivendicata dai sindacati, soprattutto se questa coincide con quelle estenuanti concertazioni tirate all’infinito che alla fine annacquano tutto, o nel peggiore dei casi lasciano lo stato dei fatti immutato. Quindi, il super dirigente scolastico altro non sarebbe che una sorta di “uomo solo al comando”, uno che dovrebbe in sostanza velocizzare la scuola impedendo che resti impigliata nelle ragnatele della collegialità. 

Perché, se è vero che collegialità e concertazione sono espressioni di democrazia è altrettanto vero che la democrazia è anche coraggio delle scelte e attuazione delle decisioni. Certo, Renzi non è stato eletto dai cittadini, quindi sotto certi aspetti questa anomalia offre il pretesto ai sindacati e agli avversari per dire che non può permettersi di tirare troppo la corda. Però in Italia è altrettanto vero che i governi si reggono sulla fiducia del Parlamento, quello sì espressione della volontà popolare e fino ad oggi a Renzi la fiducia di deputati e senatori non è mai mancata. 

Questa cosa fa schifo, non piace? Allora si cambi la Costituzione oppure si introduca l’elezione diretta del premier. Altrimenti inutile che poi ci si lamenta se al governo c’è un Presidente del Consiglio non eletto che si comporta come avesse il 100% dei consensi, se questo è consentito dalla Costituzione stessa. La Boschi dunque accusa i sindacati di aver preso in ostaggio la scuola e di impedire qualsiasi tentativo di riforma, lasciando intendere che il Governo non si lascerà comunque condizionare, andando avanti per la sua strada. Una dichiarazione che ha mandato su tutte le furie la Cgil che ha accusato la Boschi di arroganza e di considerare la scuola “proprietà privata del Governo”. 

Nello scontro fra la giovane ministro e il principale sindacato italiano da sempre espressione della sinistra italiana, si evince chiaramente il cambio di un’epoca, la fine di quella mentalità post resistenziale che ha portato per oltre sessant’anni i governi italiani a nutrire nei confronti delle organizzazioni sindacali una sorta di rispetto obbligato per il contributo da queste fornito alla lotta di liberazione. Ci provò Bettino Craxi negli anni ottanta a rivendicare l’autonomia dei governi dal potere di veto e di condizionamento dei sindacati sulle riforme economiche e del lavoro; ci ha riprovato in seguito Berlusconi, che vide cadere il suo primo governo nel 1994 proprio dopo la grande manifestazione contro la riforma delle pensioni dell’ottobre di quell’anno che portò in piazza sotto le insegne di Cgil-Cisl- Uil oltre un milione di lavoratori e pensionati. 

Oggi tocca a Renzi la sfida con i sindacati italiani, la Cgil su tutti, e la riforma della scuola sembra essere proprio il principale banco di prova. Le parole della Boschi e la sua denuncia contro l’egemonia sindacale nel comparto scolastico stanno chiaramente a dimostrare come si sia rotta definitivamente proprio quella idea di sindacato figlia diretta della Resistenza e dunque espressione della democrazia. 
Non che Renzi voglia vietare l’attività sindacale, né impedire che i lavoratori abbiano le proprie rappresentanze di settore, ma ciò che appare sotto tiro è l’obbligatorietà di quella intermediazione che dovrebbe esistere fra chi governa e chi è chiamato a rappresentare e tutelare gli interessi dei lavoratori. 

Il Governo Renzi ha scelto il rapporto diretto con i lavoratori e gli studenti convinto che i successi di una riforma si potranno vedere soltanto dalla sua applicazione, un’applicazione che però rischia di essere compromessa proprio dall’opposizione e dai tentativi di annacquamento della riforma stessa. 

Da qui il braccio di ferro, che soltanto un governo di centrosinistra poteva mettere in atto, senza l’accusa di voler “fascistizzare” il Paese. A Renzi adesso l’accusa di “Fascismo” del resto arriva direttamente da destra.
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