Unioni civili, come è la legge e come era nata: i pezzi "persi" da stepchild a fedeltà

11 maggio 2016 ore 17:15, Andrea De Angelis
A due mesi e mezzo dall'approvazione in Senato (con fiducia) del maxi-emendamento al Ddl Cirinnà che regolamenta le unioni civili tra omosessuali e le convivenze di fatto tra persone di sesso diverso, la Camera si appresa a tramutare in legge tale provvedimento. Entro 24, massimo 36 ore (nel pomeriggio si inizia a votare) l'Italia avrà dunque un testo che non ha precedenti nella sua storia, repubblicana e monarchica.

Tutti ne parlano, ma chi davvero sa di cosa si tratta? In generale le si conosce un po' tutti: due persone di sesso uguale o diverso potranno unirsi insieme con diritti e doveri specifici. Ma cosa le distingue da un matrimonio? Di certo non il cognome, visto che c'è la possibilità per le parti di assumerne uno in comune
Ma partiamo proprio "dalle basi": cos'è un'unione civile? Si tratta di un'unione tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale. Il riferimento (inserito con il maxiemendamento) è agli articoli 2 e 3 della Costituzione (quello sui diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali e sull’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso). Due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un’unione civile mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni. La dichiarazione all’ufficiale di stato civile, quindi, è l’atto con cui si ufficializza un’unione tra persone dello stesso sesso. È lo stesso ufficiale a registrare gli atti nell’archivio dello stato civile (nessun albo dedicato, quindi).

Unioni civili, come è la legge e come era nata: i pezzi 'persi' da stepchild a fedeltà
Fin qui tutto chiaro. Ma cosa cambia rispetto al matrimonio? La questione è spinosa e riguarda due temi centrali, in particolare quello dell'adozione. Divieto di adozione, a differenza ovviamente del matrimonio. L'altro punto è l'obbligo di fedeltà. Ma andiamo con ordine perché stiamo parlando della parte più controversa e che più ha impegnato i tecnici della maggioranza per trovare la quadra dell’accordo politico tra Pd e Ap. Nel ddl Cirinnà i diritti e i doveri corrispondevano sostanzialmente a quelli di un matrimonio tra eterossessuali. Con il maxiemendamento di febbraio, invece, con la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso le parti acquistano gli stessi diritti e assumono gli stessi doveri; dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione, ma viene cancellato l’obbligo di fedeltà. Ecco il primo pezzo perso
Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni. Esce poi di scena, rispetto al testo originario, il riferimento alla stepchild adoption. Il secondo pezzo perso. Altra domanda: cos'è? La possibilità dell’adozione, da parte di uno dei due componenti di una coppia omossessuale, del figlio, naturale o adottivo, del partner

L’unione civile è vietata quando:
 – una delle parti è sposata (con una persona, ovviamente, di sesso diverso) o ha in corso un’unione civile con un’altra persona dello stesso sesso. In buona sostanza, sono cause impeditive dell’unione civile il precedente (e ancora valido) matrimonio o una precedente unione civile
– una delle due parti ha un’interdizione per infermità di mente
– se tra le parti vi sono rapporti di parentela
– se una delle parti è stata condannata, con sentenza definitiva, per omicidio consumato o tentato nei confronti di chi sia coniugato o unito civilmente con l’altra parte
La sussistenza di una delle cause ostative descritte comporta la nullità dell’unione civile; ogni violazione è impugnabile da ciascuna delle parti, dagli ascendenti prossimi, dal pubblico ministero e da tutti coloro che abbiano un interesse legittimo e attuale all’impugnazione.

Il Ddl non prevede soltanto le unioni civili, con precisi diritti e doveri, per le persone dello stesso sesso. La norma disciplina anche le convivenze di fatto, ovvero “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”.
Per individuare l’inizio della convivenza stabile si fa riferimento al momento in cui si stabilisce un indirizzo comune di residenza. Non sono necessari altri atti formali. Nel caso di rottura della convivenza, non c’è l’obbligo di mantenimento ma solo l’obbligo agli alimenti nel caso di stretta necessità dell’ex partner.
I diritti dei conviventi: i componenti di una convivenza di fatto, in caso di malattia o di ricovero, hanno il diritto reciproco di visita, di assistenza e di accesso alle informazioni personali; ogni convivente può designare l’altro come suo rappresentante in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere e in caso di morte per la donazione degli organi.
Le convivenze (tra eterosessuali o omosessuali) non configurano un nucleo unitario, poiché la legge si limita a elencare alcune prerogative: diritti previsti dall’ordinamento penitenziario, di visita in ospedale, delega per il consenso medico, diritto di successione nel contratto di locazione, di abitazione della casa della convivenza per un limitato periodo di tempo, di fruizione di condizioni di preferenza per le case popolari e diritto al risarcimento in caso di sinistro. Per gli aspetti patrimoniali, a parte il diritto di partecipare all’impresa familiare, non c’è una disciplina legale, ma solo la previsione della possibilità di stipulare un contratto di convivenza davanti a un notaio o a un avvocato, nel quale disciplinare il regime patrimoniale e le modalità di contribuzione alla vita comune. È, comunque, una facoltà e non un obbligo, anche se è molto consigliabile stabilire reciproci diritti e doveri con specifico impegno. In caso di cessazione della convivenza spettano solo gli alimenti. E solo se il convivente è in stato di bisogno. Non più dunque il mantenimento, come nella prima versione del Ddl Cirinnà. Gli alimenti sono "per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza". L’assegno deve essere in proporzione del bisogno di chi lo domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarlo.
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