Il calo dei redditi ammazza le famiglie. Ecco i numeri della crisi

11 marzo 2014, intelligo
di Gianfranco Librandi
Il calo dei redditi ammazza le famiglie. Ecco i numeri della crisi
Le famiglie italiane spendono sempre meno. La contrazione del lavoro e, conseguentemente, dei redditi si riflette sulla capacità di spesa delle famiglie causando un sensibile calo dei consumi. 
Il fenomeno è rilevato dall’Indicatore dei Consumi Confcommercio (ICC) che ha registrato una diminuzione dei consumi pari a -1,6% su base annua, -0,3% rispetto a dicembre; segnale che la ripresa appare per il momento difficile, soprattutto se l’indicatore della domanda interna viene rapportato rispetto al più complesso (e preoccupante) contesto economico e occupazionale. La domanda delle famiglie è infatti schiacciata dalle complicate dinamiche dei redditi disponibili e dal mercato del lavoro, in allarmante difficoltà; l’Istat ha confermato che la disoccupazione avanza, in particolare quella giovanile che ha raggiunto la quota record del 40%; tra il 2012 e il 2013 si è registrato un calo dell’occupazione pari a -500 mila lavoratori e contestualmente un incremento del tasso di disoccupazione, +369 mila unità su base annua (+13,4%). A risentirne quindi il potere d’acquisto delle famiglie che, secondo l’indagine Censis-Cia hanno dovuto tagliare anche i consumi alimentari, -3,3% nel 2013 che si aggiunge al calo registrato nel 2012, -2,8%, orientando spesa, nel 73% dei casi, verso modelli di consumo low cost. Stando alle stime del Centro Europa Ricerche (CER) e dell’Associazione Bruno Trentin, a fine 2013 la riduzione cumulata del potere d’acquisto delle famiglie italiane ha raggiunto, rispetto al 2007, l’11%; e per i prossimi due anni sarebbe prevista un’ulteriore flessione dell’1%. A risentirne più di altre, non è una novità, sarebbero le famiglie con redditi più bassi, con una minore capacità di risparmio: lo studio del CER e dell’Associazione Bruno Trentin ha stimato, nel caso di un reddito di un operaio dipendente, una contrazione dei consumi delle famiglie operaie di 212 euro nel 2014 e di 404 euro nel 2015-2016, pari al 2,6% del reddito disponibile; nel caso, invece, di un reddito prevalente dal lavoro impiegatizio, la riduzione dei consumi si attesterebbe intorno ai 288 euro nel 2014 e 548 euro nel 2015-2016, il 2,4% del reddito. Situazione che, anche secondo la Cgil, è destinata a peggiorare, in particolar modo per lavoratori e pensionati; a parere di Danilo Barbi, segretario nazionale della Cgil con la delega su fisco e politiche macroeconomiche, “la debole ripresa dell’economia prevista non si rifletterà sulle capacità di spesa delle famiglie italiane che hanno la loro principale fonte di reddito nel lavoro dipendente”. L’evoluzione (al ribasso) dei consumi non trova beneficio neanche nel modesto tasso d’inflazione che comporta una diminuzione del livello generale dei prezzi che sembra infatti non fornire alcun slancio alla domanda, ancora piuttosto debole; con il rischio, come non bastasse, si inneschi una spirale negativa che porti alla deflazione, fenomeno per il quale il freno dei consumi costringe le imprese a collocare sul mercato beni e servizi a prezzi di volta in volta inferiori causando un’erosione dei ricavi e, per quanto possibile (nel tentativo di continuare a galleggiare), una riduzione dei costi.
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