Lo dice anche Obama: "Sbagliata la guerra in Libia del 2011". Un messaggio all'Italia?

11 marzo 2016 ore 15:37, Luca Lippi
Non sembra neanche più lui! Il presidente Usa Barack Obama segue le orme dei predecessori e a 5 anni dalla campagna Nato contro la Libia critica quell’operazione. Ma non se ne assume del tutto la responsabilità: la scarica sui suoi consiglieri, sull’Europa e sul Golfo.
Il fatto: Obama rilascia un’intervista alla rivista The Atlantic nella quale non esprime affatto parole misurate e diplomaticamente concordate: “Quando ripenso a quel periodo e mi chiedo cosa sia andato storto, c'è spazio per le critiche. Avevo più fiducia nel fatto che gli europei, considerata la vicinanza con la Libia, sarebbero stati più coinvolti nel dopo Gheddafi”. Sarkozy però lasciò l'Eliseo un anno dopo e il premier britannico Cameron era impegnato su altri fronti, se la prende in particolar modo con la Francia: “Nicolas Sarkozy voleva strombazzare la sua partecipazione alla campagna aerea nonostante il fatto che avevamo spazzato via tutte le difese aeree”. Dichiarazioni che fanno il paio con quelle dell'ambasciatore Philips, pronto ad ammettere che “la caduta di Gheddafi andava preparata meglio. Sono passati cinque anni e le cose sono peggiorate. Ma devo ricordare che fu la Francia a spingere per la caduta di Gheddafi, non gli Stati Uniti”. 

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Solo su un punto Obama si dice soddisfatto: non aver lanciato, nel settembre 2013, l’operazione contro la Damasco di Assad. "Sapevo che premere il pulsante di pausa avrebbe avuto il suo costo politico, ma mi sono svicolato dalle pressioni e ho pensato in modo autonomo". Più o meno: all’epoca a obbligare Washington a tirare il freno fu l’intervento diplomatico della Russia
Il mea culpa con il senno di poi è una caratteristica di molti leader. C’è chi si scusa per l’Iraq, c’è chi dice che l’interventismo internazionale ha creato l’humus per la nascita di al Qaeda prima e l’Isis poi. Eppure la strategia resta la stessa: l’Obama che critica quell’operazione è lo stesso che ha sul tavolo il piano del Pentagono per un nuovo intervento in Libia. È il capo dell’amministrazione che fa pressioni sull’Italia per avere Sigonella e che accetta la spartizione decisa dagli europei di un paese già frammentato. Ed è colui che fu a capo della coalizione anti-Gheddafi, senza che esistesse una reale alternativa politica al colonnello. Difficile quindi che le critiche dell’inquilino della Casa Bianca modifichino gli attuali progetti bellici. Ufficialmente, ripetono le cancellerie occidentali, si interverrà solo per fermare lo Stato Islamico, arroccato a Sirte e Derna, ma capace di infiltrarsi lungo tutta la costa. 5-6mila uomini che approfittano del caos libico per ampliarsi: se queste fossero effettivamente le forze militari islamiste, non sembrerebbero una minaccia insormontabile. 
Il problema è un altro: in Libia non c’è un governo legittimo da sostenere contro il nemico islamista, ma una galassia di autorità diverse che frammentano il paese. Probabilmente la leva della questione libica è individuare chi ha bisogno di prendere il controllo del Nord Africa e poi, solo poi, scendere a miti o meno, decisioni per intervenire. Intanto Obama con le sue dichiarazioni dovrebbe aver tentato una riconciliazione o semplicemente un ammorbidimento delle politiche belliche del Paese a puro scopo elettorale, del resto, si sa, l’anno prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti il Presidente non esiste! 
Oppure, potrebbe essere un messaggio per il governo Renzi, parla a nuora perché suocera intenda? 

autore / Luca Lippi
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