Perché la sentenza de L'Aquila era quasi scontata

11 novembre 2014 ore 17:47, Americo Mascarucci
Ha ragione l’avvocato Filippo Dinacci, le sentenze si rispettano anche quando non piacciono. L’assoluzione in appello di tutti i componenti della commissione “Grande Rischi”, condannati in primo grado con l’accusa di essere responsabili delle vittime del terremoto de L’Aquila dell’aprile 2009 avendo sottovalutato i rischi connessi allo sciame sismico che era stato avvertito nei giorni precedenti, era quasi scontata, soprattutto dopo le critiche che da parte della comunità scientifica erano arrivate all’indirizzo dei giudici di primo grado. Perché è scientificamente dimostrata, sostennero allora numerosi esperti intervenuti a difendere i colleghi finiti sotto inchiesta e condannati, l’impossibilità oggettiva di prevedere i terremoti.  
Perché la sentenza de L'Aquila era quasi scontata
L’Italia poi è uno strano Paese; quando si verificano delle tragedie, sia essa un terremoto o un’alluvione, si accusano lo Stato, il governo, la Protezione Civile, le regioni, i meterologi, i sindaci, gli ingegneri, gli architetti, i pompieri di non aver avvertito la popolazione del pericolo incombente dando ai cittadini la possibilità di mettersi in salvo o attivare le necessarie misure di sicurezza; se poi però viene dichiarato lo stato d’allerta in previsione di condizioni meteo particolarmente avverse e si decide di chiudere le scuole e di ridurre gli spostamenti in auto o con i mezzi pubblici, ci si indigna se magari la pioggia non è stata sufficientemente violenta come si era ipotizzato e si è esagerato con gli allarmi. Della serie, come ti muovi sbagli. Tornando al punto di partenza, pur rispettando il sacrosanto dolore dei familiari delle vittime del terremoto, non si può condividere la loro pur legittima indignazione verso la sentenza d’appello che ha assolto tutti i componenti della commissione “Grandi Rischi” e ha ridotto notevolmente la condanna di primo grado per il responsabile della Protezione Civile. Anche qui si ripete lo scenario già visto, quello cioè di una colpevolezza da pretendere per forza anche contro le risultanze processuali. Tre giudici di appello, diversamente dai colleghi di primo grado, hanno ritenuto insussistenti le accuse nei confronti degli imputati, riformando un giudizio che poggiava su un assunto, quello della prevedibilità del terremoto, contestato come detto in primo luogo dalla comunità scientifica internazionale. Alla fine se ci sono state responsabilità,  secondo la sentenza, sono da attribuire unicamente alla Protezione Civile, perché fu questa, e non gli scienziati, a rassicurare la popolazione e a riferire che non c’erano rischi. E a pagare alla fine rimane soltanto il responsabile del dipartimento seppur con una consistente riduzione della pena. E allora, vogliamo continuare o no a vivere in uno stato di diritto? Vogliamo o no continuare a mantenere la garanzia costituzionale di una presunzione d’innocenza da confermare fino al terzo grado di giudizio? Vogliamo o no continuare a sostenere il principio secondo cui le sentenze si debbono basare sulle prove e non sugli umori o i legittimi desideri di giustizia (o di vendetta) delle vittime? Non è possibile considerare le sentenze giuste soltanto quando condannano o assolvono a seconda delle aspettative dell’opinione pubblica. Non si possono considerare bravi e buoni soltanto quei magistrati che giudicano secondo le aspettative generali. Le sentenze che non si condividono possono essere appellate fino al terzo grado ma vanno rispettate a meno che non si voglia mettere in discussione l’intero impianto dello stato di diritto. Uno Stato che ha il dovere di accertare verità processuali e punire chi commette i reati, ma che non può accanirsi contro le persone per affermare una colpevolezza ad ogni costo.  
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